Retellings.
La seconda edizione, acquistabile qui.

Sono passati dieci anni da quando Peter Pan ha lasciato l’Isola Che-non-c’è. Ha deciso di crescere lasciandosi dietro il sogno d’essere un ragazzo e ha cercato di rassegnarsi a passare la vita nei panni di Wendy Darling. Ma crescere gli ha solo fatto capire quanto sia impossibile sfuggire alla sua vera identità di uomo.
Al suo ritorno, però, Peter trova l’Isola Che-non-c’è completamente cambiata: i Ragazzi Smarriti sono cresciuti e i loro giochi di guerra sono diventati reali. E mortali. Ancora più scioccanti, però, sono l’attrazione che Peter prova per il suo acerrimo nemico, il Capitan Uncino, e la consapevolezza di non sapere più chi fra loro due sia il vero cattivo.
Peter Darling presenta del contenuto esplicito e include riferimenti alla disforia di genere e al suicidio.

James Hook, il famigerato Capitan Uncino, stava morendo di noia.
Le foreste, pensò, erano diventate così tranquille. C’era stato un tempo in cui lui e i suoi pirati avevano combattuto contro tigri, lupi e ragazzini armati di spade; in cui s’erano trovati avviluppati in spine e piante rampicanti, assediati da stormi di fate e aggrediti da coccodrilli erranti. Ormai, però, l’Isola Che-non-c’è, selvaggia soltanto nell’aspetto, non era più pericolosa di un giardino mal curato.
Durante la notte era piovuto a dirotto, ma adesso il sole brillava in cielo e le gocce di rugiada scintillavano come tanti piccoli gioielli sulle foglie. Uncino era sdraiato sui morbidi cuscini di velluto di una portantina sorretta da quattro uomini affaticati e osservava la foresta che sembrava coperta da un velo di smalto e profumava degli odori dell’autunno ormai imminente. C’erano persino degli uccellini che cantavano dolcemente.
Era una situazione disgustosamente svenevole.
“Qual è la direzione per il Passo dell’Aquila, Capitano?” urlò Samuel, che era diventato il suo nostromo da quando il vecchio Spugna s’era ritirato. Camminava qualche passo avanti a lui e Uncino poteva così ammirargli il fondoschiena.
Tirandosi su il polsino di pizzo per poter osservare meglio le curve del sentiero, guardò svogliatamente la mappa del tesoro che teneva sulle ginocchia. “Est,” rispose, e il gruppo virò verso est.
Dopo una breve e insoddisfacente battaglia, i suoi pirati avevano preso la mappa del tesoro dalle mani di Jack Occhiosolo, capitano dell’Orgoglio del Diavolo, un vascello che adesso stava riposando sul fondo del mare. Uncino aveva anche dato in pasto agli squali tutta la ciurma di Jack, ma non gli era bastato: era assetato di sangue e non aveva nulla contro cui rivolgere la propria ira.
I pirati seguirono le sue indicazioni fino a una fitta boscaglia dove gli alberi crescevano vicinissimi al sentiero stretto e sinuoso. La portantina era troppo larga per passare senza problemi attraverso la vegetazione, ma i pirati non avrebbero mai osato chiedergli di scendere e camminare e avanzarono a fatica fino a sbucare in una gola circondata da betulle. Un tronco enorme era caduto attraverso la gola, lasciando uno spazio in cui un uomo avrebbe potuto inginocchiarsi a mala pena. E lì, proprio sotto al tronco, c’era un masso su cui era inciso lo stesso simbolo con cui Jack Occhiosolo era solito firmare le sue lettere.
Uncino sospirò, incapace di provare entusiasmo alla scoperta. “Mettetemi giù,” ordinò e i facchini poggiarono subito la portantina sul terreno. “Spostate quel masso e cominciate a scavare.”
Inginocchiarsi a scavare sotto quel tronco alla ricerca dell’oro e dei gioielli che si diceva fossero seppelliti lì sarebbe stato un lavoro faticoso e sporco e Uncino non ne vedeva l’ora: lo faceva sempre star meglio guardare altri uomini faticare, Samuel, in particolare, riusciva a far sembrare attraenti persino sudore e lavoro. Forse non avrebbe cancellato completamente la sua noia, ma guardarlo mentre si tirava su le maniche e prendeva la pala scoprendo le sue braccia muscolose, l’avrebbe senz’altro rincuorato un po’.
Pieno di speranza, si preparò a godersi lo spettacolo.
Dopo circa mezz’ora cominciò a pensare che avere un libro da leggere sarebbe stato molto più divertente e che non ne poteva più di guardare Samuel e gli altri scavare e scomparire dietro a un monticello crescente di terreno. La temperatura era aumentata con lo spostarsi del sole e i fastidiosissimi insetti dell’Isola Che-non-c’è erano diventati famelici e agitati e continuavano a svolazzare sopra la gola attirati dal sudore. Uncino provò a scacciarli usando la mappa del tesoro e lanciò un’occhiataccia verso i suoi uomini ancora impegnati a scavare.
“Quanto manca?” chiese imperiosamente.
La testa di Samuel con i capelli castani madidi di sudore spuntò dal buco. “Difficile a dirsi, Capitano,” disse con un tono di scuse. “Non abbiamo ancora trovato nessuna traccia dell’oro.”
“Sbrigatevi,” disse Uncino. “Trovate il tesoro entro un’ora o vi frusterò personalmente uno a uno fino a esporre la vostra spina dorsale!”
Samuel impallidì e scomparve di nuovo nel buco e Uncino sospirò continuando a farsi vento con la mappa.
Dietro di lui qualcuno disse: “Che fretta c’è, Capitano?”
Colto di sorpresa, Uncino si girò sulla sedia.
Non aveva sentito lo sconosciuto avvicinarsi eppure, eccolo lì, seduto su una roccia all’ingresso della gola. Era un giovane uomo, vestito con abiti larghi e non aveva con sé nessuna arma, una cosa molto insolita sull’Isola.
“Oh, salve,” disse Uncino. Lo straniero era decisamente attraente, malgrado la sua aria dinoccolata: aveva un volto asciutto e spigoloso, braccia e gambe lunghe e magre. Aveva i capelli ricci e tagliati male, come se qualcuno si fosse accanito su di loro con un coltello. “E tu chi saresti?”
Lo straniero s’inchinò verso di lui. “Non dirmi che non ti ricordi di me?”
C’era qualcosa di familiare nell’aspetto del ragazzo e nella sua voce chiara e arrogante. “Adesso che lo dici, in effetti, credo d’averti già incontrato. Ma dove?”
“Proprio qui,” rispose lo straniero. “Sull’Isola Che-non-c’è.” S’alzò dondolando leggermente e Uncino l’osservò mentre si faceva strada lungo la gola. Camminava come sospeso nell’aria, come se un semplice alito di vento avrebbe potuto farlo alzare in volo. Immediatamente, qualcosa nel suo modo di muoversi mise Uncino in allerta. Non erano soltanto movimenti familiari, erano i passi di un gatto che s’avvicina silenziosamente a un uccellino ferito.
“Chi sei?” chiese Uncino mentre stringeva le dita intorno all’impugnatura della spada.
Lo straniero si fermò e gli sorrise freddamente e con calma. “Sono il principe dei fuggiaschi,” disse. “Il legittimo re dell’Isola Che-non-c’è.”
“Che diavolo vuoi dire?” urlò Samuel. “Di’ al Capitano chi sei!”
“Zitto!” ordinò Uncino senza nemmeno girare la testa. Scese dalla portantina e si mosse in direzione dello sconosciuto.
Più si avvicinava, più quello straniero diventava bello. Aveva gli occhi verdi, intelligenti e irrequieti che si muovevano costantemente per tenere sotto controllo tutto quello che succedeva intorno a lui; la sua bocca era sottile e ostinata. L’impressione d’averlo già visto fece di nuovo capolino nella mente d’Uncino, ma non riusciva a piazzare quel giovane in nessun angolo della sua memoria e pensò che difficilmente avrebbe potuto dimenticare un sorriso del genere.
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Vincitore per la Migliore Copertina, Secondo Posto per il Miglior Romance Transgender di Fantascienza/Narrativa Futuristica e Paranormale, Romance Fantasy & Fantasy e Secondo Classificato come Miglior Libro Transgender ai Rainbow Awards del 2017.









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