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Quando Teresa partorisce e sente per la prima volta il pianto di suo figlio pensa che non possa esserci gioia più grande di quella che sta vivendo: Libero, suo marito, è in una stanza a pochi passi e Paolo, il suo piccolo appena nato, a un soffio.
Ma il tempo passa e nessuno, in sala, la degna di uno sguardo. C’è qualcosa che non va. E poi la sentenza: suo figlio è morto, suo figlio è deforme, suo figlio non merita neanche di essere visto.
La vita di Teresa diventa il fulcro dell’Inferno in una manciata di secondi, e tutta l’allegria provata fino a quel momento scema per lasciare posto a un vuoto incolmabile.
Ma Teresa non sa la verità: Paolo è vivo, Paolo è in buona salute, Paolo ha la sindrome di Down ed è stato appena mandato in manicomio.
C’è stato un tempo in cui nascere diversi era un modo come un altro per non esistere, un tempo in cui bambini e adulti, se pazzi o anormali, venivano semplicemente dimenticati.
E se per Paolo le cose andassero in maniera diversa?

«Non deve sentirsi in colpa per ciò che è accaduto,» intervenne l’infermiera di poco prima. «Suo figlio non è quella creatura, ma l’anima che è volata in cielo nel momento in cui sua moglie ha deciso di abbandonarlo. Secondo gli ultimi studi, è stato accertato che la principale colpa, in questi casi, è sempre della partoriente e del suo modo ambiguo di dare amore al feto. Vero, dottore?»
Queste sono le parole che Libero, padre di Paolo, nato con la sindrome Down, si sente dire dal personale dell’ospedale in cui la moglie ha partorito. Siamo nel 1946, la guerra è finita ma i suoi effetti, le sue leggi sono ancora vivi, presenti. Libero è un uomo povero , non ha studiato e quindi le parole di un medico, figura importante anche a livello sociale, hanno gioco facile per indurlo ad abbandonare al suo destino il figlio.
Un destino segnato tra le quattro mura di un manicomio tra le grinfie di medici senza scrupoli, crudeli, quasi divertiti dal poter sottoporre i propri pazienti, o meglio le proprie vittime, a ogni sorta di esperimento, per testarne la sopravvivenza.
In mezzo a tanta crudeltà spiccano due donne disposte a mette in gioco la propria vita per cambiare qualcosa. Nelle pagine di questo libro è scritta la loro determinazione, la loro speranza, il loro amore per i più deboli. Salvare uno dei piccoli pazienti, almeno uno, non potendo salvarli tutti.
Salvare Paolo è salvare l’amore mai scomparso di sua madre che lo vuole a tutti i costi, è perdonare un padre che vuole riscattarsi e che ha compreso tardi di poter amare anche “un mostro” .
Salvare Paolo è salvare l’amore.
I due si guardarono, quasi riconoscendosi, e Teresa accoccolò il bambino accanto al suo cuore, in modo da fargli ascoltare la musica che lo aveva cullato per nove mesi.
Nove mesi di puro amore.
Un libro fluido, estremamente coinvolgente, una storia semplice ma non banale, una storia che deve scuoterci perché ancora oggi i pregiudizi, la paura del diverso la fa da padrone.
Questo è un libro che non si dimentica, una storia che non finisce, che va oltre l’ultima riga, una storia che deve farci riflettere, una storia di vero amore.
Personaggi vivi, reali, con le loro debolezze e la loro forza, che potrebbero essere ognuno di noi.
La D’ascani ha scritto di aver dedicato 5 anni alla stesura di questo libro, beh, sono stati 5 anni davvero ben spesi.


Recensione a cura di:

Editing a cura di:










Ma grazie, ragazze! Grazie davvero di cuore per le vostre parole, per avermi letta e per esservi emozionate con me.
Grazie, soprattutto, Persefone <3