Achille ha abbandonato la sua gente, i mirmidoni, per vivere da donna con le kallai, le belle transgender della Gran Madre Afrodite. Quando Odisseo viene a prendere “il principe Achille” per la guerra contro gli ittiti, lei è pronta a morire pur di non combattere come un uomo. Ma sua madre Atena, la Silente, la
salva, donandole quello che ha sempre desiderato: un corpo femminile. Le promette anche gloria, potere, piacere, vittoria e, soprattutto, un figlio nato dalle sue carni. Così, insieme all’amato cugino Patroclo e a sua moglie, la maga Meryapi, Achille parte per la guerra in cerca di vendetta.
Ma gli dèi – una famiglia disfunzionale di violenti immortali che si sono saziati di sacrifici umani per secoli – hanno intessuto una tela di intrighi più spaventosa di quanto Achille possa immaginare. Al centro di questa tela c’è Elena, che vede in Achille una degna rivale, dopo millenni di noia e vacuo dominio. Innamorata della sua nuova nemesi, Elena vuole distruggere tutto ciò che Achille ama, in una lotta all’ultimo sangue.
Basata sui testi antichi e sulle più recenti scoperte archeologiche, questa riscrittura dell’Iliade ricostruisce in maniera appassionante un mondo perduto di dèi ed eroine, raccontando la guerra di Troia come mai è stato fatto.

Cantami, o diva, del Pelìde Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli achei, molte anzi tempo all’orco
generose travolse alme d’eroi,
e di cani e d’augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l’alto consiglio s’adempia), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de’ prodi Atride e il divo Achille.
Ricordate questo incipit e quello che segue?
Ecco, continuate a ricordarlo, ma appena iniziate la lettura di “Cantami, o Diva” di Maya Deane mettetelo da una parte per addentrarvi in una rivisitazione dell’Iliade che ben poco ha a che fare con l’originale.
Pur ritrovando alcuni nomi noti nella letteratura dell’antica Grecia, pur ritrovando alcuni dei punti salienti dell’opera di Omero, troppo è stato stravolto.
Non parlo, badate bene, delle Kallai, del fatto che Achille nato uomo diventi donna e gravida, non parlo delle lunghe riflessioni sul dolore di essere nato in un corpo che non è tutt’uno con la mente, non parlo del desiderio di maternità o dell’amore fraterno che Achille e Patroclo provano l’uno per l’altra. Non parlo delle figure dei guerrieri achei che sono delle pallide imitazioni degli eroi greci. Non parlo della parte troiana, di un Ettore che non somiglia affatto al guerriero onorevole e leale di Omero ma qui ha le sembianze di un uomo crudele, o di Paride che diviene Aleksandur, sposo di Elena. O di un Enea alleato degli Ittiti (già, Ittiti, non Troiani) che lancia frecce avvelenate.
Poi c’è, lei Elena. Non l’Elena sposa di Menelao che Afrodite dona a Paride per averla eletta come la più bella, no, questa è una semidea affamata di potere, esperta di magia nera, ricoperta d’oro. La sfida qui è tra lei e Achille, tra gli dèi e la dea ribelle, la silente Atena, la dea civetta, la vera madre di Achille.
Confusi? Mai quanto lo sarete quando, terminata la prima parte del romanzo in cui Achille riceve dalla madre il dono del corpo femminile e con tale sicurezza riscopre la propria autostima e la forza interiore che gli uomini avevano cercato di schiacciare, rifiutandolo come un debole, si ritrova a combattere eroe riconosciuto tra gli eroi.
Pagine di battaglie, di sangue e combattimenti si susseguono a momenti di riflessione e poi… entra in campo la magia e da lì tutto diventa difficile.
Difficile seguire la traccia del romanzo, difficile districarsi tra Egitto, Grecia, Amazzoni, guerre tra dèi e armi perdute. Meryapi, moglie egiziana di Patroclo, guida Achille e l’amazzone Briseos, nata donna ma divenuta uomo, attraverso questi misteri. Alla ricerca delle armi che possono uccidere gli dèi e quindi una Elena ormai potentissima, navighiamo nell’antico Egitto tra realtà e visioni, tra un passato e un presente che si intrecciano, rincorrendosi fino alla battaglia finale.
Patroclo muore? Sì. Achille lo vendica? Sì, ma di quel rapporto speciale che si intuisce tra i versi di Omero non resta nulla di quello che ci ha emozionato, non esiste più. Il legame qui è con Meryapi, con Patroclo c’è affetto ma niente più.
Il finale? Sopra le righe.
Delusa? No, piuttosto sconcertata. Perché non c’è attinenza tra “Cantami, o Diva” e l’Iliade.
Se l’autrice voleva soffermarsi sulle problematiche gender, avrebbe potuto dare lo stesso credito all’opera originale senza stravolgerla, o avrebbe potuto scriverne una ex novo. Non sono riuscita a trovare un legame tra le due opere, se non Achille.
Scritto bene? Direi di sì, anche se in certi momenti il filo si perde tra nomi, lingue antiche e ambientazioni.
Lo consiglio? No.
Lo promuovo? Il lavoro va rispettato, ma certo non posso neanche capire i giudizi entusiastici che all’estero lo hanno accompagnato. Sarà, ma io continuo a leggere del Pelide Achille omerico.

Recensione a cura di:

Editing a cura di:










Commenti
Nessun commento ancora.