Sono arrivati sulla Terra ‒ Pestilenza, Guerra, Carestia e Morte ‒ quattro Cavalieri in sella ai loro temibili destrieri, diretti ognuno verso un angolo del mondo. Quattro Cavalieri con il potere di distruggere l’umanità, giunti sin qui per sterminarci tutti.
Quando Pestilenza arriva nella cittadina di Whistler, in Canada, Sara Burns sa per certo che tutte le persone che lei conosce e ama sono destinate a morire, a meno che il Cavaliere dalle fattezze angeliche non venga fermato. Ed è proprio questo che Sara ha in mente di fare quando, con un colpo di fucile, lo disarciona dal suo cavallo.
Peccato che nessuno l’abbia avvisata che la bestia immonda non può morire.
Si ritrova quindi prigioniera di un Cavaliere immortale e molto, molto arrabbiato, il cui unico scopo è farla soffrire. Più il tempo passa, però, e più Sara è incerta sui sentimenti che il messaggero dell’Apocalisse nutre per lei e… viceversa.
Sara può ancora salvare il mondo, ma per farlo dovrà essere disposta a sacrificare il suo cuore.
E vidi, quando l’Agnello sciolse il primo dei sette sigilli, e udii il primo dei quattro esseri viventi che diceva come con voce di tuono: «Vieni.» E vidi: ecco, un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; gli fu data una corona ed egli uscì vittorioso per vincere ancora.
Apocalisse 6,1 (Bibbia Cei 2008)
Quando ho saputo che la Hope Edizioni avrebbe portato in Italia questa serie, ho letto le trame in inglese e ho iniziato a saltellare in giro per casa come una molla per via dell’eccitazione. Non vedevo l’ora di iniziare la lettura e quando finalmente ho avuto tra le mie mani il primo libro… Ecco, vi lascio immaginare la mia felicità.
Durante la lettura di questo stupendo romanzo, sul mio viso si sono di certo alternate tante e diverse espressioni: gioia pura, divertimento, tristezza profonda (preparate qualche fazzoletto), poi di nuovo gioia. Un alternarsi di stati d’animo continuo, sintomo di quanto questa storia mi abbia coinvolta.
Un libro che si presta a diverse chiavi di lettura, tra cui spicca una certa somiglianza con la situazione del mondo attuale, vuoi per la malattia, vuoi per l’evoluzione, anzi l’involuzione, che la razza umana sta subendo. Potrei scrivere una recensione precisa e tecnica su questo libro, su come lo stile sia accattivante, sulla grande capacità evocativa. Oppure potrei raccontarvi quanto benissimo sia stato tradotto – la traduttrice ha fatto un lavoro eccezionale – o quanta cura ci sia in questo libro in tutti i successivi passaggi. Ma a mio parere non è questo il punto di forza di questo romanzo, dato che il vero segno distintivo sono le emozioni che racconta e che suscita. Quelle emozioni che fanno vibrare le anime dei protagonisti, e anche la mia. La capacità di coinvolgermi nella storia di Sara e Pestilenza, di farmi sentire come se fossi presente, lì assieme a loro, presenza incorporea che li accompagna nel loro peregrinare.
Un viaggiare non solo fisico, ma anche emotivo: i protagonisti non si limitano a passare da un luogo all’altro, ma da un’emozione all’altra.
Chi è davvero l’essere umano e chi l’essere immortale?
Il confine parrebbe netto, ma nonostante questo sorge spontaneo il dubbio: Pestilenza è davvero privo di emozioni come il suo ruolo vuole farci credere? E basta appartenere all’umanità per essere davvero umani?
No, non credo sia così semplice, e ho più volte pensato che Sara e gli uomini in generale siano molto meno umani di quanto non lo sia il Cavaliere. La pietà è solo un termine, una parola caduta in disuso; come può un essere immortale conoscere la pietà se nemmeno gli esseri umani ne ricordano l’esistenza?
La vicinanza tra i due lenisce la solitudine di entrambi, e la situazione li rende liberi di parlare e di esternare le loro convinzioni. Sara riesce finalmente a confidare la sua insoddisfazione: quella non era la vita che lei avrebbe voluto, la letteratura inglese è la sua vera passione. E poterlo finalmente confidare a qualcuno è per lei liberatorio. Per Sara diventa sempre più difficile ricordarsi con chi sta parlando, con chi sta viaggiando. E lo stesso è per Pestilenza. Al di fuori dal mondo, quando sono soli, possono fare finta di essere due persone normali che si stanno conoscendo, che stanno imparando l’uno dall’altra.
Perché dare un nome alle cose le umanizza, e se umanizzi qualcosa allora sei costretto a riconoscerne l’esistenza. Ma siccome il suo compito è quello di uccidere quanti più umani possibile, capisco perché questo potrebbe essere un problema. Nessuno gli ha dato un nome. Cerco di dare un senso a queste parole.
Pestilenza si trova a provare dei sentimenti per la prima volta da che esiste, mentre Sara riscopre piano piano la varietà di emozioni che compongono l’animo umano, non solo la pietà, non solo la rabbia, non solo l’odio, ma anche l’empatia. Quell’empatia che la porta piano piano, insieme a una coppia di anziani, Rob e Ruth, a immedesimarsi in Pestilenza, mostrandoci un lato del Cavaliere a cui nessuno avrebbe mai pensato. E noi, come Sara, guarderemo con occhi diversi Pestilenza, capiremo quanto in realtà lui sia schiavo del suo ruolo. Quanto sia più semplice relegarlo al ruolo di oggetto, senza provare a capire quanto profondamente lo tocchi il suo compito: è molto più semplice identificarlo con la malattia che porta. Nessuno lo ha mai visto come un essere ben distinto dalla malattia, lui per primo non ha mai pensato a se stesso in termini diversi, perché fino all’arrivo di Sara nessuno gliene aveva mai dato motivo.
Pestilenza è arrivato sulla Terra con un compito terribile e ha cercato di fortificarsi contro la sua atrocità convincendosi che tutti gli esseri umani fossero dei mostri. E noi gli abbiamo dimostrato che aveva ragione ogni volta che lo abbiamo attaccato. È questo che fa l’odio: tira fuori il peggio di te. Eppure, gli è bastato vedere un barlume della nostra bontà per sentirsi schiacciato dal peso di ciò che è destinato a fare.
Scoprire di poter provare sentimenti umani, sentire di avere il controllo su quanto sta accadendo, capire per la prima volta che il compito non lo definisce come essere, porta Pestilenza a vivere la scoperta di queste nuove emozioni con un’innocenza simile a quella di un bambino. Per quello che riguarda Sara, lei è terrorizzata dal risveglio dei sentimenti e delle emozioni. Ha paura di perdere se stessa, a causa dei sentimenti verso il suo compagno di viaggio. La nascita di un qualcosa di inaspettato, un rapporto che giorno dopo giorno rivela nuove sfaccettature, cambia le prospettive di entrambi, ma il baratro che li divide potrebbe rivelarsi troppo profondo per essere superato.
«Siamo intrappolati nei nostri ruoli, io e te» dice. «E non so come affrontare questo senso di infelicità» La sua voce è desolata, come se ormai non ci fosse più speranza. Gli stringo la mano. Mi sanguina il cuore. Quest’uomo è il peggiore tra tutti quelli che ho conosciuto, eppure sembra che le sue parole siano capaci di strapparmi la pelle.
La vicinanza che Sara e Pestilenza hanno sperimentato durante il viaggio e i vari ostacoli affrontati mutano gli animi di entrambi. I ruoli che sembravano così netti sfumano: carceriere e prigioniera, compagni di viaggio, possibili innamorati… L’unico modo che Sara e Pestilenza hanno per scoprire cosa riserva loro il futuro è andare avanti, rischiare.
Una storia che non potete non leggere, e non amare.
Pestilenza il conquistatore non potrà che conquistarvi.
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Bello bello