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Mentre lo scintillio degli anni Venti cede il posto alla Grande Depressione, Mary e Rose sono ormai due pianiste famose. Girano l’America soggiornando negli alberghi più esclusivi e vengono accolte come star alle feste d’élite, dove lo champagne scorre a fiumi e gli invitati sono ricchi, affascinanti e privilegiati. Di pari passo al lusso e al successo, si trovano però ad affrontare una società crudele e la volgarità di chi si finge amante della musica senza realmente comprenderla. Ma soprattutto le due gemelle non riescono a colmare il divario tra presente e passato e a intessere nuove relazioni; prostrate dal dolore per la scomparsa della cara madre e dell’adorato fratello, subiranno anche l’allontanamento dell’unica persona che sarebbe in grado di dare valore alle loro esistenze: l’affascinante cugina Rosamund, che ha inspiegabilmente sposato un uomo avido e volgare, la quale abbandona il suo lavoro per viaggiare all’estero con lui.
In questo faticoso percorso di maturazione emotiva e artistica, le due donne si aggrapperanno sempre di più l’una all’altra e troveranno rifugio e ristoro nell’affettuosa e pacata umanità degli avventori del Dog and Duck – il pub sul Tamigi –, che ai loro occhi paiono trasformarsi quasi in figure mitologiche. Eppure, mentre il loro senso di inadeguatezza nei confronti della realtà continua a crescere, e Mary si ritira sempre di più a vita privata, c’è una sorpresa che attende Rose: la più deliziosa delle scoperte, l’amore, con tutta la potenza di una sensualità ancora da esplorare.
Da una delle più raffinate maestre di stile del Novecento inglese, il terzo e ultimo capitolo della trilogia della famiglia Aubrey che ha scalato le classifiche conquistando i lettori con la grazia e la vividezza della sua prosa.

Per me non è semplice scrivere recensioni, trovo difficile mettere nero su bianco quelle sensazioni che regalano le pagine. La serenità, l’angoscia, la gioia che trasmettono sono un mix esplosivo e vanno domate e districate per renderle chiare e fruibili anche a chi non vive nella mia mente.
Quando si tratta di questa saga familiare, però, non posso proprio tirarmi indietro.
Come per gli altri volumi, viviamo la storia attraverso gli occhi di Rose. Lei e Mary sono donne adesso, delle concertiste affermate che viaggiano per l’America, portando in dono la loro musica, che frequentano feste mondane e al limite dell’assurdo, ma non sono mai completamente a loro agio. Seguiamo le loro vicende da quando Rose e i suoi fratelli erano poco più che bambini, da quando mangiavano castagne davanti al fuoco e aspettavano con gioia gli abiti che la madre confezionava per loro; sappiamo che la loro fanciullezza è stata fuori dall’ordinario e ha sicuramente avuto una grossa influenza sulle donne che sono diventate.
«Ma noi siamo bambine per natura, non sappiamo come si fa a vivere da sole. Mamma, Rosamund e Richard Quin erano genitori per natura. Ora se ne sono andati. Non importa quanti di noi siano rimasti indietro, siamo comunque tutti come bambini abbandonati».
Penso si sentano proprio così, delle “bambine abbandonate”. Quando erano giovani le abbiamo viste affrontare – ma soprattutto interpretare – emozioni e problemi, con la maturità che nemmeno un adulto avrebbe avuto. Ora quella maturità emotiva sembra svanita, sembrano aver perso quella perspicacia ed empatia che le avvolgeva. Un po’ come quando rimproveravano Cordelia di rovinare un’esecuzione perché ci metteva solo tecnica ma nessuna emozione, allo stesso modo loro sembrano vivere le loro vite meccanicamente, stando attente a mettere un piede davanti all’altro, ma perdendosi tutto quello che scorre attorno, incapaci di coltivare vere e proprie relazioni adulte. Mary è probabilmente quella che ne risente di più, finendo per chiudersi sempre più in se stessa, mentre Rose, nella seconda metà del libro, sembra riscoprire amore e curiosità verso gli altri.
“Gli specchi riflettevano le mie verità intime: per me la stanza era vuota, nessuno era reale, come lo erano state le persone fino ad allora. Vedevo di fronte a me un uomo e tre donne che conoscevo fin da quando ero bambina e non avevo di loro alcuna percezione diretta. Dovevo dire a me stessa: «Quella è Nancy, che avrà un bambino, e da quanto posso ricordare di lei, dovrebbe esserne molto felice», ma dovevo pensarci deliberatamente, e anche una volta dedotta la sua felicità, non per questo la condividevo.”
Oltre a dover affrontare la perdita della madre e di Richard Quin, in questo libro le sorelle accusano anche l’allontanamento della loro amata Rosamund. La cugina infatti, si sposa inspiegabilmente a un omuncolo scialbo e viscido che nella mia mente ha assunto le sembianze del Mundungus Fletcher di J.K Rowling. Nonostante il libro sia intitolato a lei, in realtà non ne è poi così protagonista; non si può definire “assente” ma non ha quel peso che mi sarei aspettata.
Come per gli altri libri, la voce narrante suona famigliare e consapevole, incontriamo molti dei personaggi che abbiamo già imparato a conoscere, il caro Morpurgo, zia Lily, Nancy e soprattutto Cordelia, e non posso non sottolineare quanto adori le sue apparizioni e il suo personaggio fuori dal coro.
Le parole si rincorrono fluide come le acque del fiume che scorre vicino al Dog and Duck, senza mai esondare però; tutto è calmo, controllato, permeato di quella magia che ha sempre accompagnato la famiglia Aubrey.
Nonostante sia un libro con una struttura solida e un suo inizio e una sua fine, non lo consiglio a chi non abbia letto gli altri due volumi, al contrario vi esorto ad andare in libreria e portarvi a casa questa saga familiare, non vi deluderà.

Recensione a cura di:


– La famiglia Aubrey – Qui la nostra recensione
– Nel cuore della notte – Qui la nostra recensione
– Rosamund









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