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Gli Aubrey sono una famiglia fuori dal comune, nella Londra di fine Ottocento. Nelle stanze della loro casa coloniale, fra un dialogo impegnato e una discussione accanita su un pentagramma, in sottofondo riecheggiano continuamente le note di un pianoforte; prima dell’ora del tè accanto al fuoco si fanno le scale e gli arpeggi, e a tavola non si legge, a meno che non sia un pezzo di papà appena pubblicato. Le preoccupazioni finanziarie sono all’ordine del giorno e a scuola i bambini sono sempre i più trasandati; d’altronde, anche la madre Clare, talentuosa pianista, non è mai ordinata e ben vestita come le altre mamme, e il padre Piers, quando non sta scrivendo in maniera febbrile nel suo studio, è impegnato a giocarsi il mobilio all’insaputa di tutti. Eppure, in quelle stanze aleggia un grande spirito, una strana allegria, l’umorismo costante di una famiglia unita, di persone capaci di trasformare il lavaggio dei capelli in un rito festoso e di trascorrere «un Natale particolarmente splendido, anche se noi eravamo particolarmente poveri». È una casa quasi tutta di donne, quella degli Aubrey: la figlia maggiore, Cordelia, tragicamente priva di talento quanto colma di velleità, le due gemelle Mary e Rose, due piccoli prodigi del piano, dotate di uno sguardo sagace più maturo della loro età, e il più giovane, Richard Quin, unico maschio coccolatissimo, che ancora non si sa «quale strumento sarà». E poi c’è l’amatissima cugina Rosamund, che in casa Aubrey trova rifugio. Tra musica, politica, sogni realizzati e sogni infranti, in questo primo volume della trilogia degli Aubrey, nell’arco di un decennio ognuno dei figli inizierà a intraprendere la propria strada, e così faranno, a modo loro, anche i genitori.

Nel libro della West incontriamo la famiglia Aubrey, nella Londra dei primi del ‘900. Madre, padre e quattro figli: Cordelia, Mary, Rose e Richard Quin.
È proprio attraverso gli occhi di Rose che l’autrice ci descrive le giornate degli Aubrey, le loro difficoltà, le gioie e le innegabili stranezze di questa famiglia fuori dal comune.
Pur essendo molto giovani, questi bambini hanno già affrontato diversi traslochi, dal Sudafrica a Edimburgo, e poi ancora a Londra, a causa dei continui cambi di lavoro del padre.
È proprio su di lui che vorrei soffermarmi un attimo, perché questa figura – per me – è davvero difficile da comprendere. Un giornalista, un attivista, ma forse oggi lo definiremmo semplicemente una personalità sconclusionata. Sembra non rendersi conto delle necessità di una famiglia di sei persone, delle difficoltà per mettere sempre un pasto in tavola, della mancanza di mobilio e vestiti per i bambini e dei salti mortali che fa la moglie per ovviare a tutto questo. Ha sempre qualche idea per la testa, qualche segnale mistico per giocare in borsa, tutte illuminazioni che non portano a nulla se non ad altri problemi. Più di una volta mi sono chiesta perché non lo piantassero alle sue elucubrazioni per ricominciare tutto da capo da soli, ma sarebbe stato impossibile, perché sebbene manchi il pane in tavola, ci sono unità, amore e un pizzico di follia, ed è proprio questo il segreto della famiglia Aubrey.
Le madre è una musicista affermata, o meglio lo era, e impegna ogni sua fibra per coltivare questo dono anche nei suoi figli, dono che peraltro possiedono tutti ad eccezione della maggiore, Cordelia, che per quanto sia abile nel suonare il violino, non possiede quella sottile attitudine che distingue un Musicista da una qualunque persona in grado di seguire uno spartito.
“Cordelia non si rendeva conto di non avere talento musicale. Quando mamma aveva smesso di darle lezioni di pianoforte, una ragazzina nella casa accanto stava prendendo lezioni di violino e Cordelia aveva insistito per prenderle anche lei e da allora aveva dato prova di una diligenza estrema per quanto mal riposta. Aveva davvero orecchio, anzi, aveva l’orecchio assoluto, che né mamma, né Mary, né io avevamo, il che era uno spreco terribile, e aveva anche dita molto elastiche, che riusciva a piegare all’indietro fino al polso, ed era in grado di leggere a prima vista qualsiasi cosa. Il viso di mamma, però, si contraeva, prima di rabbia e poi, appena in tempo, di compassione, ogni volta che sentiva Cordelia appoggiare l’archetto sulle corde. Il timbro era terribilmente instabile e il fraseggio faceva sempre pensare a un adulto stupido che spiegava qualcosa a un bambino. Per di più, non sapeva distinguere la buona musica da quella cattiva, come invece eravamo in grado di fare noi, da sempre.”
Cordelia è un altro personaggio degno di nota, il suo poco talento è compensato da una buona dose di cocciutaggine che a volte – anzi spesso – la rende estremamente antipatica, anche se sembra essere l’unica a rendersi conto che nella sua famiglia le cose non funzionano come nelle altre. Questi bambini si trovano spesso a ragionare su preoccupazioni che non dovrebbero nemmeno prendere in considerazione vista l’età, ma è Cordelia più di tutti che cerca di scuoterli dalla bolla fantastica in cui si ostinano a vivere.
Dobbiamo essere onesti però, questa “bolla” non è poi tanto male, basta solo osservare la passione che i genitori impiegano per rendere fantastico ogni Natale.
“Le cose però migliorarono con l’arrivo di dicembre, quando l’ansia che l’aveva rosa fino ad allora allentò la sua presa. Passavamo sempre dei Natali incantevoli, molto più di quanto si sarebbe pensato possibile nelle nostre condizioni. Di tutte le strane doti di mio padre, una delle più strane era la sua abilità nel costruire giocattoli. Aveva già costruito per ciascuna di noi bambine una bellissima casa delle bambole, un palazzo in stile Tudor per Cordelia, una residenza Regina Anna per Mary, e una casetta simile a un’abbazia in stile gotico vittoriano per me. Ora le stava riempiendo non solo di mobili ma anche di persone, figurine in legno i cui nomi e l’intera esistenza ci sarebbero state rivelate pezzo per pezzo durante i pranzi familiari nel corso degli anni. […]
Anche mamma dava il suo contributo alla creazione di questo mondo, anzi compiva l’impresa importantissima di rendercene visibile una parte. Aveva conservato molti dei vestiti che indossava da giovane, e ne aveva trovati alcuni particolarmente belli imballati nei cassetti dei mobili di zia Clara, inoltre ogni anno apriva il suo “baule della robaccia” e trovava materiale per dei costumi che avessero un qualche rapporto con i giocattoli che papà stava costruendo per noi.”
La West riesce, con un’abilità ineguagliabile, a riempirci di dettagli, di fronzoli e merletti arricchendo ogni singola scena, senza risultare mai pomposa o noiosa, abilissima nel raccontarci tutto questo usando gli occhi di una bambina.
Non posso che consigliarne la lettura, con un avvertimento; questo non è un libro da sprint, da bere tutto in un sorso, da divorare in una notte – cosa difficile anche vista la mole – è un libro maratona, va letto lentamente, va assaporato e soprattutto capito.
C’è chi trova questo romanzo poco degno di nota perché “non succede niente” ed è vero, inutile negarlo. Non ci sono omicidi efferati, avventure spericolate o amori appassionati, ma in quel “niente” c’è tutto. Tutta una vita, la vita della Famiglia Aubrey.

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