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Gretel lavora come lessicografa: aggiorna le voci del dizionario, ragionando quotidianamente sul linguaggio, attività che ben si addice alla sua natura riflessiva e solitaria. Ha imparato che non sempre esistono vocaboli precisi per indicare ogni cosa, almeno non nel linguaggio di tutti; ma quando era piccola, e viveva su una chiatta lungo il fiume, lei e sua madre parlavano una lingua soltanto loro, fatta di parole ed espressioni inventate, e allora anche i concetti più astratti trovavano il proprio termine di riferimento, come il Bonak, definizione di tutto quello che più ci fa paura. Adesso sono passati sedici anni, esattamente la metà della vita di Gretel, da quando sua madre l’ha abbandonata, e le parole di quel codice stanno lentamente scolorendo, perdendosi nei fondali della memoria. Ma una telefonata inattesa arriverà a riportarle a galla, insieme ai ricordi di quegli anni selvaggi passati sul canale, dello strano ragazzo che trascorse un mese con loro durante quel fatidico ultimo anno, di quella figura materna adorata e terribile con la quale è arrivato il momento di fare i conti.
I personaggi, i luoghi, la memoria, il linguaggio: ogni cosa è fluida e mutevole, come le acque torbide del canale che fanno da ambientazione a questa storia magnetica. Attraverso una scrittura dalla precisione quasi inquietante, che le è valsa una candidatura al Man Booker Prize a soli ventisette anni, Daisy Johnson si serve di riferimenti culturali che vanno dal mito classico al folklore nord-europeo e costruisce un racconto di rara suggestione, in cui risalire le correnti del passato è l’unico modo per costruire la geografia del presente. Nel profondo è un romanzo già in grado di emanare la propria mitologia.

Un mese. Un mese per litigare, per ritrovarsi, per ricordare una storia sepolta da anni e paura. È quello che pensa o spera possa succedere Gretel, quando riporta a casa la madre, dopo essere stata abbandonata da ragazzina.
Una donna sui generis, ruvida e affettuosa, bisognosa di spazi e silenzi. Una donna che Gretel ricorda per la lingua che aveva inventato per lei, fatta di parole che usavano per escludere gli altri o per rinforzare un mondo tutto loro.
Nel giro di un anno, avrei dimenticato tutto quello che mi era tornato in mente negli ultimi giorni; nel giro di dieci, mi sarei scordata pure la tua faccia. E una volta diventata vecchia, mi sarei inventata una nuova infanzia, con una mamma dai capelli sempre in ordine, morta giovane ma in pace. E l’ansia che sentivo crescermi dentro, qualsiasi cosa fosse, poco a poco si sarebbe placata.
Una lingua che Gretel ha cercato di mantenere viva nel ricordo, anche durante gli anni dell’abbandono, nell’assenza, nella paura che entrambe chiamavano Bonak, quando vivevano in una chiatta sul fiume. Una lingua che Gretel cura, come i singoli lemmi su cui lavora come lessicografa, e che inizia a sbiadire nella mente, malgrado i tentativi di lasciarla affiorare anche tra le ricerche che per metà della sua vita ha condotto per rintracciare la madre e le telefonate all’obitorio cittadino per assicurarsi che, invece, non fosse morta da qualche parte; corpo amato che giganteggia nella memoria, e ferisce ancora come un taglio sbadato. E, quando, davvero la rintraccia e la conduce a casa sua, Gretel si rende conto che quella lingua comune si è persa anche nella madre come buona parte dei ricordi e della lucidità.
Un senso di catastrofe imminente incombe su di te, mentre trascini la tua pellaccia in giro per casa. Lo so io, dici, come andrà a finire. E ogni volta che ti chiedo spiegazioni, sempre più arrabbiata ogni secondo che passa, mi dici solo che non c’è salvezza, che la nostra fine è segnata fin dalla nascita e che le decisioni che crediamo di prendere non sono altro che miraggi, fantasmi, con cui ci illudiamo di essere liberi di scegliere. E vorrei gridarti che sei stata tu a decidere di abbandonarmi, che nessuno ti ha obbligata, e ora non puoi nasconderti dietro le tue decisioni sbagliate chiamandole fato o determinismo o dio.
E la rabbia che rischia di esplodere, così come il dolore per la solitudine di tutti quegli anni, lascia Gretel su un precipizio che la fa sporgere ogni giorno su un abisso di memorie, di ricordi di quella vita sul fiume che hanno altri visi, altri nomi, e qualche segreto.
Cosa ci restituisce quel fiume tortuoso dimenticato dal tempo – conficcato come uno spuntone nel dorso del paese? Cosa ci portiamo dietro da allora? Una ragazzina selvatica con una madre ancora più selvatica di lei, rintanate come demoni o animali lontano da tutto e da tutti.Guarda che fine abbiamo fatto. Siamo l’ombra di noi stesse, due miserabili votate all’autodistruzione o a massacrarsi a vicenda, rinchiuse in un cottage troppo piccolo per viverci insieme.
“Nel profondo” è un romanzo strano e coinvolgente che trascina il lettore in pagine oscure e sinistre con uno stile, a seconda dei capitoli, duro ed evocativo.
Turba, commuove e sconcerta fino all’epilogo che trascina, come da titolo originale, everything under.
A chi piacerà: ai lettori con una cultura classica e/o umanistica alle spalle, che amano una scrittura ibrida, tra classicismo e sperimentalismo.
A chi non piacerà: ai lettori che prediligono la narrativa di genere, con un plot definito e dialoghi serrati.



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