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Ci sono amicizie che possono durare per tutta la vita. Era così quella tra Pietro e Riccardo, compagni di scorribande nei boschi prima che Riccardo morisse a soli otto anni. Da allora, la sua famiglia non è mai più tornata nel piccolo paese del Trentino dove Pietro vive.
Max è il fratello minore di Riccardo. In fuga da una delusione amorosa, decide di intraprendere un viaggio rimandato da sempre: tornare in Trentino per riappropriarsi della memoria del fratello.
Lì, Max e Pietro si rincontrano, l’uno animale di città e l’altro solitario, schivo e innamorato della natura. Il legame che li unisce sfocerà in qualcosa di molto profondo, ma i problemi che Max ha lasciato a Milano lo seguiranno, mettendolo di fronte al fatto che la baita nei boschi di Pietro è solo una parentesi, per quanto magica, e non potrà restare rintanato lì per sempre.

Forse troppo abituata a leggere romanzi ambientati all’estero, mi sono stupita di quanto invece l’ambientazione profondamente italiana di questo libro mi abbia coinvolto: il bosco che circonda la baita di Pietro è un luogo quasi magico, appare misterioso e popolato di pericoli agli occhi cittadini di Max ed è in questo modo che viene presentato al lettore, trascinandolo una scarpinata dopo l’altra nelle profondità della montagna a visitare caverne segrete e rovine celate dalla vegetazione. Il contrasto tra l’incapacità di Max di muoversi sui sentieri e la naturalezza con cui invece Pietro si immerge nella natura è la marca della loro profonda diversità, ma allo stesso tempo è la dimostrazione pratica di come i loro due mondi si incontrino e possano in qualche modo coesistere l’uno accanto all’altro.
«Così è per questo che te ne stai qui, rintanato lontano dall’umanità? Perché odi gli esseri umani?» chiesi caustico.
Lui ci pensò su seriamente e, lasciandomi andare, disse: «No, non odio gli esseri umani. Li sopporto a piccole dosi, per questo da bambino preferivo di gran lunga stare qui che non all’albergo. Non credo però che siano le persone a infastidirmi, sono più tutte quelle… complicazioni. In realtà, mi fa piacere condividere tutto questo.» Nel dirlo aveva indicato attorno a sé.
«E lo condividi con qualcuno?»
«Con i miei clienti e con le persone interessate,» rispose Pietro. E, con una scrollata di spalle, aggiunse: «Anche con te, adesso, mi dà soddisfazione. Anche se non sei qui di tua spontanea volontà, mi piace l’idea che uno come te veda che esiste anche questo.»
«Uno come me? Noto una punta di biasimo.»
«Ti chiedo scusa. Non era mia intenzione.»
«Io amo la vita in città. Che non piaccia a te, non significa che ci sia qualcosa di male.»
Max ha appena terminato gli studi ed è sulla soglia della vita adulta, alle spalle ha solo relazioni vuote e un amore impossibile che lo tormenta da anni; parte per il Trentino sulle tracce di quel fratello scomparso ancora prima che lui potesse ricordarlo eppure sarà solamente se stesso, alla fine, che avrà trovato. Il migliore amico di Riccardo, da bambini, era Pietro, che adesso vive isolato in una baita portando avanti gli insegnamenti del nonno sulla medicina naturale: è un gigante biondo e imponente, un uomo riservato e all’apparenza scorbutico che in un battito di ciglia sa diventare cortese e galante in modo antiquato.
Per tutto il romanzo la figura di Riccardo, questo bambino dotato di grande immaginazione e un cuore grande, è una presenza forte che si intreccia alle vite di tutti i personaggi e in particolare unisce Max e Pietro, diventando però anche un ostacolo tra loro, una specie di fantasma che aleggia inesorabilmente sopra la loro relazione. L’autrice ha costruito molto bene questo intrico di legami e sentimenti, centellinando le informazioni su Riccardo e mettendo il lettore davanti agli strascichi lasciati dalla sua morte prima di rivelare tutta la verità: in questo modo ci si affeziona a un personaggio che non è fisicamente presente ma lascia un segno profondo in ognuno degli altri.
Era così, tra noi. Lui era la poesia che io dissolvevo con frammenti di realtà. Era un buon compromesso, il nostro gioco piaceva a entrambi. Mi donava la bellezza, io gli donavo la materia. La nostra chimica nasceva da lì, da una diversità talmente eccessiva da permetterci di incastrarci l’uno nell’altro alla perfezione almeno per un po’.
Un altro particolare interessante è l’opposizione quasi netta tra l’assoluto candore di Pietro e il cinismo di Max, tra le visioni contrastanti che hanno della vita e delle relazioni umane; nonostante questa diversità, comunque, l’attrazione tra loro non appare mai forzata e il progredire della loro storia, da coinquilini del tutto estranei ad amanti, scorre naturalmente.
I personaggi secondari, dalle sorelle di Pietro agli abitanti del paesino montano, trasmettono un senso di familiarità strettamente legato all’ambientazione, perché spesso si ha la sensazione di aver conosciuto qualcuno di simile, magari durante una vacanza, e si sente istintivamente una connessione con i loro gesti. A risultare un po’ troppo forzato, invece, è Benedetto, l’amico di Max, che forse incarna qualche stereotipo di troppo nel rapporto che ha con lui e nelle sue vicende sentimentali; alla fine, però, si rivela più autentico di quello che poteva sembrare e diventa un vero amico, mentre prima si aveva l’impressione che la sua figura fosse un mero espediente per giustificare parte della crisi esistenziale di Max.
Pur possedendo molte ottime qualità, il romanzo soffre di una certa lentezza in alcune parti, soprattutto quando la voce narrante di Max descrive avvenimenti e impressioni sugli altri personaggi facendolo diventare uno spettatore che non agisce direttamente. Nonostante questo, comunque, la scrittura pulita dell’autrice immerge il lettore nel mondo affascinante del bosco di Pietro e lo conduce, insieme al riluttante Max, su sentieri nascosti.


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