Dawn Blackridge (08 gennaio 2019), acquistabile qui.

Mick VanBuren è un reduce del Vietnam, arruolatosi volontario non appena diciottenne. Dopo cinque anni di guerra viene rimpatriato per colpa di una grave ferita.
Passa un anno e a causa di un’importante rivelazione, è costretto a lasciare la casa dei genitori e si trasferisce dall’altra parte del paese, sull’isola di Danharr, un posto sperduto sulle coste del Maine, per diventare il guardiano di un faro.
Ross O’Brian è il gestore della panetteria/pasticceria dell’isola e nutre un odio feroce verso coloro che sono partiti per il Vietnam come volontari.
Tra i due nasce qualcosa, qualcosa che quella parte dell’America del millenovecentosettantaquattro non è ancora pronta ad accettare.
Tra alti e bassi, questa che vi apprestate a leggere, è la loro storia.

Disteso al buio, Ross stava immobile, ascoltando il suono del lieve russare di Mick. Si era addormentato praticamente appena appoggiata la testa sul cuscino, lui invece non ci riusciva, anche perché nel sonno Mick si era voltato verso di lui e gli aveva messo sia un braccio di traverso sul petto, che una gamba sopra le sue. Lo aveva praticamente intrappolato esattamente come aveva sempre fatto ogni notte prima dell’incidente. Era come se il suo subconscio avesse capito chi fosse l’uomo steso al suo fianco, come se lo avesse riconosciuto. Forse era un buon segno, doveva esserlo, no? Forse significava che sarebbe successa la stessa cosa anche da sveglio e non solo mentre dormiva. Con quella speranza che gli germogliava nel petto, finalmente anche lui si addormentò.
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Una volta in cima, Ross si fermò affacciato alla balaustra, lo sguardo perso verso l’oceano. La voce di Mick al suo fianco lo fece quasi sussultare. «Non mi stanco mai di questo paesaggio,» sussurrò, «magari tu ci sarai abituato, tuttavia a me non smette di affascinare.» Ross non rispose, solo si voltò a osservare il suo profilo che veniva illuminato dalla luce del faro a ogni giro di quest’ultimo. Era veramente un bellissimo uomo e Ross dovette aggrapparsi alla balaustra con entrambe le mani per impedirsi di allungarle a sfiorare quel viso.
Ignaro del suo tumulto interiore, Mick proseguì. «Ho sempre sognato di vivere vicino all’oceano, fin da bambino. Mi piace qui.» Girò il viso verso di lui e lo scoprì a fissarlo. Il suo sguardo scivolò sulle labbra di Ross e poi di nuovo nei suoi occhi. Vi lesse qualcosa, qualcosa che lo turbò e solo in quel momento si rese conto di quanto fossero vicini. Poteva percepire il calore del suo corpo, poteva sentire l’odore del suo dopobarba mescolato a qualcosa di dolce, forse vaniglia, come se la sua pelle fosse impregnata del profumo delle torte che cuoceva ogni giorno. Per un attimo il tempo sembrò fermarsi, mentre restavano immobili a fissarsi. Poi Mick finalmente si riscosse. «Sarà meglio tornare giù,» fece un passo indietro e si diresse di nuovo verso la scala, iniziando a scendere, senza voltarsi indietro.
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