Buondì, Feelers!
Oggi vi presentiamo
la quinta e ultima tappa del Blog Tour dedicato a “Generazione Bataclan” di Maria Laura Caroniti, edito da Mursia Editore.
Vi ricordo che alla fine dell’intervista ci sono le regole per partecipare al Giveaway, che dà la possibilità di vincere una copia cartacea del romanzo entro le 23.59 del 5 dicembre 2018.
Vi ricordo inoltre che tutti i blog che hanno partecipato al Blog Tour ospiteranno, a partire dal 10 dicembre, anche un Review Tour del romanzo! Trovate le date e i blog indicati sull’immagine in fondo all’articolo.
E ora diamo un caloroso benvenuto nel nostro salotto virtuale a Maria Laura e al via con l’intervista! 🙂
La tua biografia è oltremodo interessante. Insegnante, emigrata, moglie e madre, ma soprattutto viaggiatrice nel DNA, ora insediata in quel di Groningen: ti va di parlarci di te a 360°?
Al secolo Maria Laura Caroniti, preferisco essere chiamata semplicemente “Laura”. Eppure quando è stato il momento di decidere con quale nome firmare la pubblicazione ho voluto il mio nome per intero: per dire grazie alla bambina che ero, quella che a nove anni scriveva le sue storie con una macchina per scrivere Olivetti lettera 32.
Un’amica che mi conosce bene, quando le ho detto che avrei pubblicato a breve, mi ha domandato per prima cosa: “Come ti firmerai?”, questo per dire che anche le piccole cose non sono mai da trascurare. Sono i dettagli a fare le storie, anche quelle personali.
Per il resto, fortemente radicata nel territorio, siciliana e italiana, l’ultimo progetto che avrei mai pensato di valutare era l’espatrio, ma si sa… proprio quando credi in qualcosa, con una manata la vita ti cambia le carte in tavola. E mi sono ritrovata dapprima a fare la spola tra l’Italia e la Francia, poi mi sono trasferita oltralpe. Ho cambiato diversi Paesi, e da tre anni vivo in Olanda. Tuttavia sono sempre stata una viaggiatrice, mai una turista, forse per questo i vari cambiamenti non mi hanno destabilizzata più di tanto.
Quanto influisce sul tuo stile e sulle scelte di cosa raccontare il fatto di essere “cittadina del mondo”, nonché l’aver vissuto in città diverse, quindi approcciando realtà diverse, con abitudini differenti e, non da ultimo, l’aver parlato e ascoltato lingue che non sono l’italiano?
Molto, moltissimo. La mia scrittura è figlia delle differenze incontrate. Non credo sarei stata in grado di rendere “vivi” i personaggi dei miei romanzi, se prima non avessi sperimentato esperienze tanto diverse.
Quando lasci il tuo Paese, vai incontro a più di un’incognita. Quando abbandoni la tua comfort zone, ti esponi al rischio, all’incomunicabilità, alla zona grigia dell’interlingua. Se espatri perdi i tuoi riferimenti, metti in discussione chi sei, diventi per un periodo invisibile: ed è in questo periodo di invisibilità che ho affinato gli altri sensi. Ora noto le voci, gli accenti, la gestualità; riconosco alcuni stereotipi come tali, altri come modelli culturali difficili da sradicare; vedo il generale dal particolare. Io stessa non sono la persona di prima, quella che ha lasciato l’Italia dieci anni fa. La caratterizzazione dei personaggi e i dialoghi sono due punti forti della mia scrittura grazie alla mia vita da expat.
Parliamo di “Generazione Bataclan”, edito da Mursia e finalista al concorso “Romanzo italiano”, organizzato da Radio RTL 102.5 e Ugo Mursia Editore. Descrivici come ti sentivi quando hai saputo di essere una dei tre finalisti.
Seguire l’andamento dei concorsi letterari è una pratica che ho sempre fatto: fin da piccola stavo attenta ai nomi e ai titoli che uscivano da premi prestigiosi quali lo Strega, il Campiello, il Bancarella. Crescendo ho seguito altre realtà. Quando ho avuto un paio di storie pronte ho deciso di metterle in gara, più per vedere se reggevano con altre opere in concorso che per altro. Il premio “Mursia-Romanzo italiano” prevedeva la valutazione da parte di tre giurie e, quindi, tre passaggi: prima c’è stata la scrematura su 1500 testi, poi si è arrivati a dieci semi-finalisti, e quindi alla terzina finalista. Ho vissuto ogni passaggio con tranquillità: nessuna ansia da prestazione. Era il testo in concorso, non io. E una storia deve avere la forza per viaggiare da sola: l’autore non è importante.
Il tuo romanzo finalista nel concorso “Romanzo italiano”, ora edito da Mursia, nella sua collana di narrativa, si intitola “Generazione Bataclan”. Perché? E non intendo riferirmi solo al titolo.
Questa è una bella domanda, grazie! “Générazione Bataclan” è un’espressione coniata dal quotidiano francese Libération, ripresa poi nel discorso presidenziale di Hollande post-attentati: amata, bistrattata, rifiutata; dal punto di vista narrativo era perfetta per vestire i personaggi che abitano il romanzo, anche quelli secondari che incarnano, a torto o a ragione, quell’immagine di “giovani, allegri, aperti, cosmopoliti” data da Libération.
I personaggi di “Generazione Bataclan”. Tre donne, tre età diverse, tre storie, ma un solo nome: Anna. C’è qualcosa, un significato, che ti ha spinto a scegliere questo nome per tutte e tre le protagoniste del tuo romanzo?
Come ogni storia, un lettore troverà nel romanzo quello che vuole, un’affinità, un messaggio tagliato su misura. C’è chi godrà della storia senza porsi domande, chi se ne farà per poi darsi le risposte: sono tutti approcci corretti. Non c’è un modo “giusto” o “sbagliato” per avvicinarsi al romanzo.
L’incipit si è fissato nella memoria, mentre guardavo le prime immagini degli attentati al telegiornale; successivamente la storia si è chiarita così in fretta da costringermi a scriverla a partire dal giorno dopo.
Avendo chiaro fin da subito la vicenda, il nome è venuto da sé: “Anna” ha la particolarità di essere un nome palindromo, che può essere letto al contrario e rimanere invariato. Da qui l’idea di un’Anna allo specchio. Tre protagoniste, tre generazioni, tre vissuti: un unico femminile, come se tutte fossero età della vita di una donna.
I luoghi di “Generazione Bataclan”. Parigi è stata una scelta in qualche modo obbligata, vero?
Sì, altre città sono state segnate da vari attentati. Tuttavia Parigi ha sconvolto l’immaginario mondiale perché città-simbolo come New York. Sarebbe stata la stessa cosa se fosse successo a Roma o a Gerusalemme. Ci sono molte città importanti, ma poche sono anche simboliche.
Hai deciso di presentare una Parigi che è diversa da come si immagina (romantica, luminosa carica di esperienze indimenticabili), una Parigi fatta di disillusioni e sogni infranti (ma anche, poi, di vita e rinascita). Non solo è ferita, ma ferisce. Da dove nasce questa scelta?
Parigi non è soltanto la Ville Lumière (la “città delle luci”): è una metropoli dura, con un tessuto sociale difficile, in cui ricchezza e povertà, ambizioni e delusioni, si incastrano in maniera indissolubile. Chi racconta solo l’immagine edulcorata di Parigi non la conosce, o l’ha conosciuta da turista o la conosce e la vende così perché è questo che molti vogliono: un souvenir da bancarella, un ricordo rassicurante, l’idea della città dell’amore. È come la Toscana, terra amena, proposta agli americani; Amsterdam, sesso e droga, nell’immaginario italiano o la Venezia romantica, da gita in gondola nei canali, e la Roma godereccia e fancazzista proposta in giro per il mondo: città-caricature, con una percentuale bassa di verità.
Parigi ferisce, sì, ma qui si ritrova ferita. Eppure, nelle sue ore più buie, come già accaduto durante la Seconda Guerra mondiale, i suoi abitanti hanno dimostrato un’attitudine capace di cambiare corso alla Storia: Parigi è e sarà sempre una città resiliente.
Prossimi progetti in uscita?
Al prossimo Salone del Libro di Torino verrà lanciato un romanzo storico-sentimentale cui sono molto legata. Sarà edito dalla Dark Zone e sarà una storia forte, intensa e piuttosto dura.
Sempre nel 2019 dovrebbe essere pubblicato “Il faro delle anime ritrovate” per Triskell edizioni.
Parlando di narrativa commerciale, quale genere non scriveresti mai?
Mai dire mai. So, comunque, di avere dei limiti ben precisi per cui un thriller o un noir appartengono a generi lontani dal mio sentire.
Narrativa commerciale o narrativa non di genere? Pregi, difetti, dal tuo punto di vista.
Gli unici difetti stanno nella cattiva narrativa, il genere non è importante.
Personalmente, poi, non amo molto i paletti: storie che devono mantenersi dentro rigidi binari per accontentare il pubblico mi mettono ansia. Io, come lettrice, voglio accettare il gioco dell’autore, essere sorpresa, colpita, anche ferita se capita; voglio terminare un romanzo e restare ferma per qualche secondo a ripensare ai personaggi, prima di essere espulsa definitivamente da quel mondo letterario e ritornare nel mio, reale.Io, come autrice, non voglio paletti: seguo le storie così come mi esplodono in testa, assumendone i rischi.
Scrittura sperimentale: sì, no? Scriveresti mai un testo del genere?
Accidenti, sì! Scriverla, però, la vedo dura: è più complicato di quello che si immagini, la lascio pertanto a chi la sa fare, e fare bene, io mi limito a leggerla.
Self o casa editrice. Motiva la tua scelta.
Entrambe. Penso che siano due strade che possano insegnare molto a chi vuole cimentarsi con la scrittura.
Il self ti butta in pasto ai lettori fin da subito e, errore dopo errore, sei costretto a pensare al tuo testo come un prodotto, e ad affinarlo per il pubblico.
Un’auto-pubblicazione di buona qualità non ha niente da invidiare a una pubblicazione fatta dai ¾ delle case editrici di oggi; menzione a parte va a poche CE che appartengono a gruppi editoriali importanti.
Un’auto-pubblicazione buona nel mare di prodotti self mediocri, però, rischia di affondare senza essere notata: il rischio allora per l’autore è quello di essere omologati a firme improvvisate e finire nel calderone di una pessima narrativa, perché la percentuale di testi immaturi è alta.
Per quanto riguarda la pubblicazione tradizionale dipende da quale casa editrice lavori al progetto. Non basta un’etichetta per sentirsi scrittori. In generale sono due i punti da tenere sempre in mente.
Primo: mai cedere alle lusinghe dell’editoria a pagamento: si tratta di stamperie che vivono sui sogni di aspiranti scrittori e con la vanity press il rischio di bruciarsi è certo.
Secondo: informarsi se, una volta scelti, la casa editrice si occupi di editing sull’opera, di realizzare una cover professionale, e quale sarà la distribuzione.Fioccano ogni giorno nuove case editrici digitali, ma poche sono affidabili e le stesse devono saper garantire ai propri autori uno standard di qualità, se non riescono a stare al passo rischiano di affondare come impresa e di portar giù chi ha creduto al loro progetto. La professionalità deve essere sempre garantita da ambo le parti. La cosa peggiore che possa accadere a un autore è credere a una casa editrice, affidarle il proprio testo e ottenere un risultato che avrebbe potuto avere da solo, o con uno staff scelto personalmente.
C’è un autore o un’autrice che ti ha ispirato e ti ha spinto, prima a diventare scrittrice e poi ti ha ispirata durante la tua carriera?
No, la scrittura è personale quanto le impronte digitali. Ispirarsi o invidiare un autore non ha senso. Apprezzare o ammettere che un autore sia genericamente bravo o abbia una buona scrittura è dote da lettore forte.
Io amo i libri, amo le storie capaci di agganciarmi, plaudo quando riconosco una trama ben costruita, non m’importa quasi mai dell’autore.
Ci puoi parlare del tuo nom de plume? ;P O, meglio, cosa scrivi sotto pseudonimo? E perché?
Sì, ho un alias. Sotto pseudonimo scrivo narrativa erotica e mi diverto parecchio 😉 Mi permette di alternare storie più leggere alle altre un po’ più impegnate, che occupano il 90% del tempo impiegato per la scrittura, e soprattutto a non perdere mai di vista il motivo per cui ho scelto di scrivere: costruire un personaggio credibile, dare attenzione alla trama, e stare bene. Tengo le due strade separate non certo per pudore o per vergogna: qualsiasi genere ha la stessa dignità e, torniamo al discorso fatto prima, la differenza sta nel come si confeziona una storia. E il mondo narrativo creato sotto pseudonimo è il mio isolotto privato in pieno oceano: pochi conoscono il mio alias, sto fuori da simpatie e antipatie di autrici, lettori o blog; e sono felice così.
Un giorno forse lo dirò, o no, non è importante. Se, poi, qualcuno dovesse scoprirlo non succederà proprio niente: non è un segreto di Stato o tale da dover essere difeso a ogni costo.
Che tipo di rapporto hai con la scrittura? Sei disciplinata, scrivi un po’ tutti i giorni, o quasi, o abbandoni la penna per mesi, per magari fare tutta una “tirata unica” quando senti che è arrivato il momento giusto?
Disciplinatissima. Scrivo ogni giorno, anche poche cartelle, ma lo faccio sempre. Cerco di mantenere una routine e attenermi a un piano iniziale che varia, però, da progetto a progetto.
Quando termini un romanzo, lo hai letto e riletto, corretto e ricorretto, riesci facilmente a dire “stop” oppure continueresti con le revisioni all’infinito?
“Sento” quando il romanzo è finito, e quando non lo è. Non basta mettere un punto: poi ci sono le revisioni e, spesso, le riscritture di porzioni o interi capitoli. Ci sono state storie particolarmente fortunate, che hanno necessitato pochissimi interventi, e altre che mi hanno impegnato per anni, ma arriva un momento in cui “sento” che la storia è pronta e devo lasciarla andare.
Hai una persona di fiducia (o più persone) a cui ti affidi in fase di rilettura/correzioni/cazziatone?
Sì, e si contano sulle dita di una mano. Non faccio quasi mai leggere le storie che sto scrivendo, e non chiedo letture in corso se non da persone di cui mi fido, ma i miei beta-reader sono fissi. Quest’anno ho chiesto ad altre due persone di aggiungersi: in un caso sono stata fortunata.
C’è una storia che vorresti raccontare, ma non ti senti ancora pronta per farlo?
Sì, e credo che non avrò pace finché non ci riuscirò. È una storia cui tengo tantissimo, ma per cui serve tempo, documentazione storica capillare, e dedizione. So che un giorno riuscirò a scriverla, quando sarò più brava. E non avrà importanza il risultato, in quel caso, ma sarà una promessa mantenuta. E mi riporterà a Parigi.
Quanto di te metti nelle sue storie? Prendi spunto da amici o famigliari o anche solo una persona che incontri per strada o tutto si crea in autonomia nella tua mente?
Tutto e niente. Io non sono i miei personaggi: ho troppo rispetto per ognuno di loro per infilargli in bocca le mie parole, le mie credenze, il mio mondo. Ogni personaggio ha un’identità propria, con le sue fragilità e la sua forza, il suo carattere, le sue idiosincrasie. Non forzo mai la mano, li lascio liberi di agire, pensare, fallire. Poi è chiaro che racconto meglio quei luoghi, o quelle esperienze, che ho vissuto in prima persona o le hanno vissute amici e conoscenti, ma non sono narrazioni esclusive. A volte capitano personaggi estremamente lontani da me e, in quei casi, posso solo mettermi al servizio loro e della storia che vogliono raccontare.
Come ti approcci alla ricerca per i tuoi testi? Ti documenti prima di scrivere quando l’idea è ancora solo in embrione o invece lo fai in corso d’opera?
Ogni romanzo ha la sua genesi. Ci sono state storie che hanno richiesto una documentazione e una pre-produzione, altre un controllo quando il primo draft era ormai finito.
L’unica cosa certa è che la documentazione è necessaria. Prima per la creazione, durante per la progettazione, o dopo per la verifica, e non importa il genere: documentarsi serve. E in alcuni casi è divertente: penso al genere erotico, e rido.
Consigli per un esordiente in Italia.
Avere pazienza: la fretta non è una buona consigliera. Fretta di mettere punto alla storia, fretta di considerarla finita quando sarebbe ancora da sbozzare; fretta di pubblicare che può portare a firmare un contratto vincolante con realtà non solide o peggio; fretta di dirsi “autori”, rilasciando un prodotto mediocre perché mancante di editing, di cura nella cover, e simili.
Una storia ha bisogno di tempo, che può variare da mesi ad anni.
Non soccombere alle richieste dei lettori se premono per un’uscita anticipata: i lettori devono fare i lettori, non le groupies; gli scrittori devono soltanto scrivere pensando a cosa sia meglio per i propri personaggi, non per i lettori trasformatisi in fandom.
Fare molta attenzione alle agenzie letterarie: soltanto se cercano un autore, possono essere un buon aiuto nella ricerca di una grande casa editrice; se l’autore le corteggia rischia di trovarsi davanti a proposte di servizi editoriali, non di rappresentanza; e anche in caso di rappresentanza il rischio di essere poi parcheggiati è alto.
Partecipare ai concorsi letterari: quelli seri, quelli che offrono un premio in pubblicazione con buone realtà editoriali senza richiedere un contributo economico per l’iscrizione. L’unico concorso con tassa di lettura da prendere in considerazione è il Premio Calvino.
E leggere, leggere, leggere. Pensare di non avere tempo per la lettura, o di voler soltanto scrivere perché quello è l’unico interesse, è il primo passo per rimanere fermi.
Un grazie a Laura per averci fatto compagnia e aver risposto alle nostre domande!
Giveaway
Il giveaway è iniziato il giorno 21 novembre 2018 e terminerà il giorno 5 dicembre 2018.
Il premio in palio è una copia cartacea di “Generazione Bataclan”.
L’autrice sorteggerà il vincitore il giorno 6 dicembre 2018 e il nominativo verrà pubblicato sulla pagina autrice, la quale provvederà anche a contattare il vincitore via MP.
Per partecipare al giveaway.
Per partecipare al giveaway è necessario compilare il form, accedendo al link di rafflecopter.com, qui sotto riportato, e facendo login con i dati del proprio account Facebook oppure inserendo il proprio indirizzo e-mail.
Condizioni:
1) Like alla pagina autrice ( https://www.facebook.com/m.laura.caroniti.author/);
2) Like alle pagine dei blog ospitanti la tappa;
3) Condivisione in modalità pubblica della tappa e tag a due persone (opzione facoltativa).
Se avete perso le tappe precedenti, qui trovate i blog ospitanti e le date per poterle recuperare!
Il Review Tour avrà inizio la settimana prossima e qui ci sono le date e i blog!












Bellissima intervista
Grazie, Chicca! 🙂
Merito dell’autrice che invoglia a chiacchierare approfonditamente.
Che bella intervista, a 360 gradi! e belle risposte!
Wow complimenti
Chicca, Luigi, Daniela: grazie a voi per aver letto!