
In un mondo dominato dalla paura e dalla tirannia, due ragazzi sono pronti a sacrificare ogni cosa in nome della libertà… Servire l’impero. Quello era il destino di Elias, il risultato di anni di addestramento fisico e psicologico. Ma tutto è cambiato quando, assecondando il proprio istinto, lui si è rifiutato di giustiziare Laia, una schiava colpevole soltanto di sognare un mondo migliore. È stato allora che Elias ha aperto gli occhi e ha capito di non voler essere complice di un regime oppressivo e autoritario. E, ora, è lui il condannato a morte. Tuttavia in suo aiuto accorre Laia, che gli propone un patto: lei lo farà scappare se, in cambio, lui la guiderà fino a Kauf, la famigerata prigione in cui sono reclusi i traditori, e l’aiuterà a organizzare l’evasione di suo fratello Darin. Elias accetta e, ben presto, i due si ritrovano a marciare attraverso una terra selvaggia e irta di pericoli, costantemente braccati dall’esercito imperiale. Ed Elias scoprirà troppo tardi che tra i soldati che danno loro la caccia c’è anche Helene, la sua compagna d’armi all’accademia, la sua amica più fidata. L’unica che è sempre stata in grado di prevedere ogni sua mossa. E adesso Helene ha un solo, straziante obiettivo: ucciderlo..

«Una Maschera non nasce. Rinasce. Per prima cosa viene distrutta. Spogliata fino al bimbo tremante che vive in fondo alla sua anima. Non importa quanto pensa di essere forte, Rupenera la ridimensiona, la umilia, la mortifica.
«Ma, se sopravvive, rinasce. Si rialza dal mondo tenebroso del fallimento e della disperazione per diventare terribile come chi l’ha distrutta. Per poter conoscere l’oscurità e usarla come scimitarra e scudo nelle missioni volte a servire l’Impero.»
Questa frase, che dice un Augure riferendosi a Helene, credo che sia la più simbolica de “Una fiamma nella notte”, e racchiude anche il senso degli avvenimenti del romanzo precedente.
Come una Maschera deve morire e rinascere, compiendo un percorso di dolore verso una nuova luce, questo libro è un percorso difficile, di distruzione e rinascita per Helene, per Elias e Laia, ma anche per il lettore.
La sofferenza, forse, è come una battaglia: dopo averla conosciuta abbastanza a fondo, l’istinto ha il sopravvento. Quando la vedi avvicinarsi come una squadra della morte marziale, ti irrobustisci dentro. Ti prepari all’agonia di un cuore straziato. E quando ti colpisce, fa male, ma non così tanto, perché hai messo da parte la tua debolezza e ti restano solo rabbia e forza.
Fin dalle prime pagine l’autrice ci immerge in una serie di eventi che coinvolgono e travolgono. Le parole soffocano, trattengono il lettore in una morsa che stringe il cuore, che non consente nemmeno di respirare. Una morsa fatta di apprensione e di curiosità, che ci fa capire subito di essere davanti a un libro di categoria superiore, di quelli che si fanno ricordare per sempre e che consiglieresti anche agli sconosciuti.
Quello di Elias e Laia verso la prigione di Kauf è un viaggio non solo fisico. Entrambi, già cambiati e maturati dagli avvenimenti precedenti, dovranno fare i conti con loro stessi – con le loro paure e convinzioni – e scegliere il sentiero che li definirà per sempre, attraverso decisioni giuste e sbagliate, vittorie e sconfitte. Entrambi i personaggi sono descritti magistralmente, coerenti nelle loro scelte. L’idealismo quasi irreale di Elias, accompagnato dalla sua forza, e la generosità di Laia, li guidano passo passo, mentre devono imparare a capire, però, che anche le decisioni migliori possono portare conseguenze sgradevoli.
Eias e Laia trovano una nell’altro il coraggio di continuare.
Fisso i suoi occhi dorati al di là delle fiamme, come ho evitato di fare per giorni. E in quello stesso istante ricordo perché: il fuoco che le brucia dentro, la sua fervente determinazione parlano direttamente a qualcosa che vive negli angoli più remoti della mia anima, qualcosa che è chiuso in una gabbia e brama di essere liberato.
In parallelo, seguiamo anche il viaggio di Helene, che dà loro la caccia. Helene, che nel primo romanzo poteva apparire po’ ambigua a uno sguardo superficiale, per me ha sempre avuto un enorme potenziale e in questo romanzo non sono rimasta delusa. In lei esistono quell’onore e quella fedeltà che sono propri solo delle persone integerrime, sporcate, non per causa loro, dalla corruzione e inutile crudeltà che ormai regola l’Impero. Nei suoi occhi di Aquilla, l’Impero è qualcosa di giusto che deve essere preservato.
«Tu sei l’Averla Sanguinaria ora, figliola. L’Impero deve venire prima: prima dei tuoi desideri, delle tue amicizie, di ciò che vuoi. Persino prima di tua sorella e della tua Gens. Noi siamo Aquilla, figlia mia. Leali sino alla fine. Dillo.»
«Leali», sussurro. Anche se significa la distruzione di mia sorella. Anche se significa lasciare un pazzo alla guida dell’Impero. Anche se significa dover torturare e uccidere il mio miglior amico. «Sino alla fine.»
Helene, combattuta tra il suo giuramento e il sentimento che prova per Elias – forse non solo il suo migliore amico – è un personaggio di grande spessore e fascino, e il suo ruolo di antagonista aumenta ulteriormente la tensione narrativa.
La voce di Helene è acciaio puro, e nel sentirla ho un sussulto. Esce a grandi passi dalla caserma, apparentemente insensibile alla tempesta. La sua armatura scura luccica, i capelli chiarissimi sono un faro nella notte. Ovvio. Se c’era qualcuno in grado d’immaginare cos’avrei fatto, dove sarei andato, non poteva essere che lei.
A ogni mossa di Elias corrisponde un pericolo per Helene, ogni passo avanti di Helene minaccia la missione di Laia, in una partita a scacchi che mette a dura prova il lettore, straziato dalla curiosità e dal terrore di andare avanti, mentre pagina dopo pagina l’oscurità scende sempre più fitta e gli spiragli di luce si allontanano.
Presenza incombente è ancora la Comandante di Rupenera, Keris Veturia. Al contrario del primo romanzo, in cui le pennellate dell’autrice ce la rappresentavano come un mostro senza scopo, qui la vediamo simbolo di totale malvagità, ma ora ne capiamo le motivazioni. È talmente miticizzata e ben descritta da risultare agghiacciante, a suo modo affascinante e a tratti semidivina.
Mia madre è molto brava a nascondere la collera. La avvolge nella calma e la seppellisce in profondità, poi calpesta il terreno che la ricopre, ci mette una lapide e finge che sia morta.
I colpi di scena sono continui, inaspettati e geniali. Il libro non concede respiro mai, trasformando la lettura in una meravigliosa scalata verso la cima di una montagna infinita. Come nel primo, non si concede nulla ai buoni sentimenti: amore e amicizia non bastano da soli a risolvere le questioni. Al contrario di troppi libri con atmosfere simili, le difficoltà permangono e non vediamo mai vittorie che non costino molto care. Questa è la forza di questo libro: ti devasta, ma allo stesso tempo ti fa adorare il dolore che ti fa provare, lasciando un segno che permane per giorni.



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