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Lavorare in un nightclub come spogliarellista non è mai stata l’aspirazione di Elliot, eppure è quello che sta facendo da ben due anni. Quando anche quella carriera arriva al capolinea, il suo salvatore arriva a prestargli una giacca e a proporgli un nuovo impiego: lavorare come sugar baby. È una pessima idea, ma Elliot è un maestro nell’accettarle.
Lavorare per Shawn è facile, fin troppo. Riuscire a non innamorarsi di lui, invece, è una bella gatta da pelare.

Avete presente quando passate davanti a una pasticceria e vedete una bella torta, che vi ispira e vi dice: “Mangiami, Mangiami!”, così la comprate e con l’acquolina in bocca assaggiate il primo boccone e… Nessun sapore paradisiaco, niente fuochi d’artificio. La torta è buona, sì, ma non tanto da sciogliersi in bocca lasciandoti pienamente soddisfatta.
Ecco, “Sugar baby” mi ha fatto lo stesso effetto: i due protagonisti non mi hanno catturato, il racconto è carino ma un po’ troppo veloce.
Non vengono spiegati bene i contrasti di Elly con la sua famiglia; divergenze che gli hanno fatto compiere determinate scelte e diventare uno spogliarellista: quello che si legge è un po’ poco e, anche quando si tocca l’argomento, non c’è una descrizione che permetta di capire davvero l’accaduto.
Nonostante sia l’altro protagonista, Shawn è quasi marginale, o almeno io l’ho trovato così. Che poi, sei un avvocato di cinquantun anni e accetti tutto quello che un ragazzino ti propone? Non hai richieste particolari?
La trama è semplice, fin troppo: non stuzzica, non invoglia, non seduce.
Non posso dire che non mi sia piaciuto, ma di sicuro manca qualcosa per far scattare la scintilla.
Ho tra le mani il grosso cartone dei dolci e Shawn fa scivolare il braccio attorno alla mia vita, con una nonchalance tale da far pensare che quello non sia affatto un primo appuntamento.
È strano rendermi conto di quanto sembra naturale anche a me: non sono a disagio, anzi, avverto un certo calore, e la voglia di spingermi contro di lui invece che ritrarmi. Shawn non mi soffoca, mi avvolge. È un concetto complicato da rendere a parole, ma d’altra parte non devo farlo: il mio corpo ne è consapevole ed è più che abbastanza.


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