Buongiorno Feelers!
Benvenuti al Blog Tour dedicato a “Il taglio dell’angelo” di Claudio Coletta, in uscita il 13 maggio per Fazi Editore!
La nostra tappa, la prima, è dedicata alla presentazione del romanzo, condita da qualche estratto.
Il romanzo è acquistabile qui
PRESENTAZIONE
Una notte, il cadavere di un uomo viene ritrovato impiccato a una gru in un cantiere della metropolitana di Roma. Lorenzo Baroldi, primario di Medicina in un grande ospedale della capitale, non segue la cronaca, specialmente ora che la maggior parte del suo tempo è occupata dalla burocrazia e non ha neanche modo di seguire i suoi pazienti come vorrebbe. Nel reparto, poi, è appena capitato un caso che ha scosso la sua coscienza di medico, un ragazzo di colore morto all’improvviso in maniera sconcertante e inspiegabile. A questo strano evento Baroldi ne collega altri sentiti riporta- re dai suoi colleghi, episodi troppo simili tra loro per non avere qualcosa in comune, tutti decessi di giovani africani apparentemente in buona salute. Il dottor Baroldi vuole vederci chiaro, soprattutto quando emerge un collegamento fra queste morti misteriose e la recente scomparsa di un biologo. Ma non può farlo da solo e per questo chiama in aiuto un suo vecchio amico, l’ispettore di polizia Nario Domenicucci, lo stesso con cui in passato ha condiviso una pericolosa indagine al Policlinico, quando ancora era uno studente di Medicina.
In questo nuovo romanzo pieno di tensione, Claudio Coletta affronta temi delicati e di grande attualità confermandosi un autore raffinato e capace di dar vita a meccanismi narrativi complessi, per un giallo d’ambientazione ospedaliera in cui la trama è soppesata con la cura e l’equilibrio di un classico.
«Finalmente un noir con un medico che si preoccupa dei malati, e non dei cadaveri. Bravo Coletta».
Marco Malvaldi
«Se non altro», disse infine, «la peste è imparziale come il taglio di quella spada, colpisce ricchi e poveri, colpevoli e innocenti, e Manzoni lo sapeva bene. È la giustizia di Dio, o del destino, dipende dai punti di vista, immune dalle astuzie della mente umana che la trasformerebbero inevitabilmente in un privilegio. Ha ragione l’angelo, insomma».
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È buono, il profumo delle notti d’estate a Roma, e sapeva riconoscere la differenza fra un quartiere e l’altro, gliel’aveva insegnata suo padre, ai tempi del taxi in comune. L’odore del Villaggio Olimpico all’alba, quando il vento scivola giù da Villa Glori e l’aria sa di stalla, o la liquida dolcezza del ligustro a San Giovanni, la stessa che scandiva la sua infanzia quando ancora la campagna iniziava a fine strada. Almeno quella, il cantiere della metropolitana non era riuscito a cancellarla.
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Ventiquattr’ore appena ed ecco la patologia esplodere in tutta la sua violenza, il terribile scompenso metabolico, l’arresto respiratorio, il coma, il decesso. Difficile salvarlo, d’accordo, eppure. Qualche domanda ben orientata all’ingresso, pochi minuti di pazienza in più e sarebbe ancora vivo, forse. Era arrivato su un barcone assieme alla moglie attraverso il Canale di Sicilia e li ospitava una struttura di accoglienza dalle parti di Tor Bella Monaca, tutto questo l’aveva saputo al telefono dall’assistente sociale dell’ospedale che aveva riaccompagnato Aisha, la vedova, al centro.
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Il giro di visite in corsia era uno dei pochi riti sopravvissuti della sua professione. A differenza degli altri direttori di reparto, o della maggior parte, almeno, si ostinava a parteciparvi tutte le volte che i suoi compiti glielo consentivano, ovvero sempre più di rado. Sembrava che lo facessero apposta, a fissare alle nove del mattino inutili riunioni che non terminavano mai prima dell’una o delle due. Aveva visto la medicina cambiare in fretta sotto i suoi occhi, le macchine prendere sempre più spazio e l’arte di saper curare, appresa al prezzo di fatiche e di errori, trasformarsi in un inutile fardello. Una sola cosa era rimasta identica in tutti quegli anni: la malattia, con il suo strascico di sofferenza, paura, speranza, per questo si ostinava a leggere ogni volta l’anamnesi, a parlare con i pazienti, a visitarli di persona sotto lo sguardo perplesso, a volte annoiato, più spesso spazientito dei colleghi più giovani. Esami su esami, cataste di dati e immagini ripetibili, verificabili, in un labirinto di complicate linee guida che servivano più a garantire la correttezza procedurale e la tutela dell’ospedale che il benessere del paziente. Individuare il male attraverso la narrazione dei sintomi, auscultando un cuore o bussando un torace era sempre più raro eppure, le rare volte che gli capitava, Lorenzo Baroldi tornava a sentirsi un medico, nel senso più profondo della parola.
Qui le prossime tappe:
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