Una storia vera come può essere il dolore.
Una storia vera come può essere l’amore.
Sara Purpura e Simona Liubicich (13 Dicembre 2018), acquistabile qui.

Kenna e Aidan sono una coppia felicemente sposata. Col tempo, però, l’ambizione personale di entrambi cambia quel mondo così apparentemente perfetto. La morte del figlio Ian distrugge tutto ciò che avevano creato e quello che li aveva uniti un tempo si trasforma in odio, fino all’inevitabile separazione. Ognuno fa i conti a proprio modo con il lutto e intanto trascorrono tre lunghi anni nei quali ogni giorno il dolore della perdita si rinnova. Eppure, il ricordo di ciò che li ha uniti è ancora lì, vivo come sono ancora vivi Aidan e Kenna.
Grazie al piccolo banco di legno che vende gli aeroplani tanto amati dal loro bambino, la magia del Natale potrebbe essere la porta che dovranno aprire insieme per ritrovarsi, soprattutto per perdonarsi.
La mercante di ricordi è la storia straziante di un sentimento che ha innumerevoli sfaccettature tra cui quella devastante della perdita e quella salvifica del perdono.

Non sopportavo di restare da sola. Mi sentivo annegare da sola. Avevo bisogno di un appiglio. E anche se quando Aidan restava a casa finivamo per incolparci a vicenda, facendoci più male che bene, mi nutrivo del suo dolore e lui del mio. Mio marito sfogava contro di me la sua rabbia, urlandomi contro le peggiori cose, io gli riservavo il mio disprezzo e pretendevo che se ne stesse lì, a prenderselo tutto, come schiaffi e calci, e pugni sul quel volto bellissimo che avevo amato più della mia vita.
«Non lo vedi?» Gli urlai furiosa mentre riempivo una valigia dei suoi indumenti.
«Questa è una valigia.»
«Complimenti, dottore. E…?»
«… E quelli sono i miei vestiti, cazzo!» incalzò sbraitando.
Intanto avevo finito di riempirla e la chiusi.
«Esatto. Te ne vai.»
«Cosa?»
Ah, l’espressione sconvolta sul suo viso mi ripagò delle lacrime di quella sera, perché più di tutto volevo ferirlo come faceva lui con me ogni volta che spariva per andare chissà dove a fare i conti con il suo dolore.
«Te ne vai, Aidan. Ti odio e ti voglio fuori da questa casa.»
Lo vidi deglutire e stringere i pugni. «Tu non mi odi, Kenna. Stiamo solo attraversando un orribile momento, ma…»
«No» lo fermai, andandogli a un soffio dal viso. «Non c’è nessun “ma”. Non riesco nemmeno a guardarti in faccia. È finita.»
Avevo sentito tante volte Aidan piangere nell’ultimo periodo. Di solito non lo faceva mai davanti a me. Lo sentivo singhiozzare dalla stanza di Ian e mi univo a lui dalla nostra camera da letto. Una camera in cui dormivano dandoci la schiena. Ma adesso mi stava di fronte, le spalle rigide e il petto scosso dai singhiozzi, il volto bagnato da sudore e lacrime e mi guardava con lo stesso sguardo perso che gli avevo visto rivolgere alla bara bianca di nostro figlio.
«Ti prego» mormorò. «Ti prego, Kenna. Non posso perdere anche te.»
Mi gettò le braccia intorno, attirandomi al suo petto, tirandomi fuori le lacrime, col volto sepolto nel mio collo, finché l’angoscia non diventò baci e carezze altrettanto disperate. Ci spogliammo dei nostri abiti e ci amammo nell’unico modo che ci era ancora rimasto: pelle contro pelle. Amando quella e odiando chi eravamo diventati. Recriminando il mondo. Ferendoci con le labbra e con le unghie, con ogni affondo nervoso del suo bacino dentro il mio ventre. Stillando sofferenza e pena. Ogni tremito dei nostri orgasmi era un addio, lento e doloroso anche quello. Perché non avremmo mai potuto essere più Aidan e Kenna. Di noi non era rimasto che un ramo avvizzito.
Mi ero tirata su e gli avevo dato le spalle.
«Mi faccio una doccia. Non farti trovare qui per quando avrò finito.»






Commenti
Nessun commento ancora.