
Mi parlò con il suo silenzio
e con il suo rifiuto mi catturò.
***
Giovane e incauta, mi avventurai nel bosco dove trovai una casetta con un uomo rozzo che disprezzava gli esseri umani e si comportava come se possedesse tutto il tempo del mondo.
Mi cacciò senza usare una parola, eppure io lassù ci tornai mettendo a rischio più volte la mia vita. Per lui, per quell’enigma da risolvere.
Mentii, impugnai una pistola e sperimentai quel sesso che da scontro diviene un incontro. Scoprii anche che la sincerità può far male, ma è la sola strada per essere felici.
Me lo insegnò lui, maltrattandomi, salvandomi e sequestrando ogni mia cellula, mentre nodo dopo nodo mi permetteva di dipanare la matassa della sua folle esistenza.
Quante cose nascondeva quel silenzio?
Forse più di quante avrei potuto tollerare.
Certo più di quanto le parole avrebbero mai potuto esprimere.

Con “Duro da amare” si conclude la trilogia delle pietre, dopo Giada e Ambra facciamo la conoscenza di Agata. Mi sono piaciuti molto i primi due libri e avevo grandi aspettative per quest’ultimo.
Si sa che, quando si leggono libri facenti parte di una serie, c’è sempre il rischio concreto che i successivi non siano all’altezza del primo, ma fortunatamente non è questo il caso. Anna è riuscita anche questa volta a creare una storia che ti cattura sin dal primo istante. Quando ho iniziato a leggere, la protagonista, l’ambientazione e alcune dinamiche, mi hanno di fatto ricordato una delle favole più famose ossia “Cappuccetto Rosso”, e il lupo c’è davvero, anche se forse non è così cattivo… forse. Agata è una giovane ragazza che si sente intrappolata in una vita che non sente sua, alle prese con una scelta, l’università, “vivamente” consigliata dai suoi genitori, e schiacciata dalle aspettative che gli stessi nutrono sul suo futuro. Si sente imprigionata nel ruolo di figlia modello e si sente sempre in difetto, soprattutto se si paragona alla cugina che incarna il modello di donna al quale i suoi genitori, che definire insopportabili è poco, vorrebbero lei aspirasse. Il disegno diventa la sua valvola di sfogo, e il bosco il rifugio dove finalmente può svestire i panni della figlia perfetta e dedicarsi a se stessa e alle sue aspirazioni.
“Mentre imbrattavo il foglio con i mie schizzi, l’acqua corrente del ruscello e il frusciare della brezza tra le foglie fungevano da ritemprante colonna sonora”
“Con l’illusione non si mangiava, non ci si vestiva, non si pagavano le bollette, eppure in alcuni istanti rubati, io d’illusione ci campavo”
Durante una delle sue incursioni nel bosco, Agata trova una casetta che le pare abbandonata. Intrigata si avvicina e inizia a curiosare, finendo con lo scontrarsi con il proprietario, il quale la allontana in malo modo. Ma lei, inspiegabilmente e testardamente, continua a tornare, nei giorni successivi, avvicinandosi sempre di più alla baita, e quindi al suo occupante. Quell’uomo la attrae come un magnete, la incuriosisce e la stimola a livello viscerale, e lei vuole capirne il motivo.
“Il fatto è che qualcosa in quell’uomo mi impediva di togliergli gli occhi di dosso. Il suo corpo si faceva guardare per il vigore delle forme, dovevo ammetterlo, ma non più di altri ragazzi di mia conoscenza, giovani e d’aspetto curato”
Mi è piaciuto come l’autrice ha fatto interagire i protagonisti, il silenzio che contraddistingue le prime fasi della loro conoscenza li costringe a prestare più attenzione l’uno all’altra, a misurare i gesti, in questo modo viene conferita una maggior profondità di sentimenti, perché a volte il silenzio dice più di mille parole. Le loro anime irrequiete si riconoscono a livello istintivo, e la loro interazione spinge entrambi ad uscire dalla loro comfort zone. Lui la spinge a seguire le sue aspirazioni artistiche arrivando a presentarle il famoso pittore soprannominato “il Mannaro”, lei lo aiuta a liberarsi dai demoni interiori che lo hanno portato a rifugiarsi in quell’angolo di bosco. Perché lui di demoni ne ha parecchi, insieme ai sensi di colpa per qualcosa di grave accaduto nel suo passato che lo hanno spinto a scegliere la solitudine.
“Che centrava Uno in tutto questo? Purtroppo era nel suo bosco, alla sua presenza, che il mio pensiero si faceva più libero e folle. Il mio respiro diveniva più profondo, la curiosità strisciava e s’inerpicava, l’istinto prendeva il sopravvento per la prima volta”
La scrittura è fluida e i personaggi molto ben caratterizzati, sia quelli primari che secondari. Il libro si potrebbe dividere in tre parti, la conoscenza, la frequentazione e infine la conclusione. Mentre non riuscivo a staccarmi dalla lettura nelle prime due fasi, la terza, per quanto bella, non mi ha convinta del tutto, ho avuto la sensazione che fosse troppo, troppo perfetta. Nel libro ho ritrovato con piacere anche i protagonisti dei libri precedenti, Giada con Vincent, Niccolò con Ambra e ho potuto curiosare come stanno procedendo le loro vite. Nell’epilogo, quando ritroviamo tutte le coppie riunite assieme, ho pensato a quegli episodi finali di un telefilm, dove gli attori si riuniscono e salutano il pubblico, e ciò mi ha resa un po’ nostalgica. Conclusione, se avete amato i primi due libri non potete farvi scappare questo, e se invece non avete ancora letto questa trilogia, l’unica cosa che posso dire è: che cosa aspettate?!
“Ciascuno ha il proprio modo di dare valore alla vita, la vera perdita è non riuscire a trovare il proprio modo prima che questa termini. Suppongo che chi non lo cerca con tutto se stesso, sia proprio colui che non gli da valore.”
P.s. non mi sono dimenticata di mettere il nome del protagonista, ho volutamente evitato di farlo e se leggerete il libro capirete perché…



Recensione a cura di:

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che bella recensione Morgana, invoglia proprio la lettura. Devo recuperare la serie, DEVO!
Grazie mille Chiara!! Questa serie è molto bella,Anna è molto brava..