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La prima volta che entra nella stanza in cui consumerà i prossimi pasti, Rosa Sauer è affamata. “Da anni avevamo fame e paura”, dice. Con lei ci sono altre nove donne di Gross-Partsch, un villaggio vicino alla Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler nascosto nella foresta. È l’autunno del ’43, Rosa è appena arrivata da Berlino per sfuggire ai bombardamenti ed è ospite dei suoceri mentre Gregor, suo marito, combatte sul fronte russo. Quando le SS ordinano: “Mangiate”, davanti al piatto traboccante è la fame ad avere la meglio; subito dopo, però, prevale la paura: le assaggiatrici devono restare un’ora sotto osservazione, affinché le guardie si accertino che il cibo da servire al Führer non sia avvelenato. Nell’ambiente chiuso della mensa forzata, fra le giovani donne s’intrecciano alleanze, amicizie e rivalità sotterranee. Per le altre Rosa è la straniera: le è difficile ottenere benevolenza, eppure si sorprende a cercarla. Specialmente con Elfriede, la ragazza che si mostra più ostile, la più carismatica. Poi, nella primavera del ’44, in caserma arriva il tenente Ziegler e instaura un clima di terrore. Mentre su tutti – come una sorta di divinità che non compare mai – incombe il Führer, fra Ziegler e Rosa si crea un legame inaudito.

Tornai a pensare che non avessimo diritto, noi, di parlare d’amore. Abitavamo in un’epoca amputata, che ribaltava ogni certezza, e disgregava famiglie, storpiava ogni istinto di sopravvivenza.
Le assaggiatrici di Hitler sono un segreto emerso solo recentemente dalle dichiarazioni di Margot Wölk, che giunta all’età di novantasei anni rese pubblica l’esistenza delle donne che assaggiavano i pasti del Führer. Ed è per ricordarle che l’autrice ha scritto questo romanzo.
La vita giornaliera delle nove assaggiatrici, donne normali scelte tra la popolazione della piccola cittadina vicina alla “Tana del Lupo”, alcune con figli altre no, di tutte le età e non tutte fermamente credenti nel nazismo, diventa la scusa per parlare della vita e della morte, dell’amore e dell’amicizia durante una guerra mondiale.
Erano stati falsi, gli allarmi fino ad allora. Ogni volta eravamo corse per le scale con le torce accese, sebbene vigesse l’ordine di oscuramento. Al buio saremmo inciampate, avremmo urtato gli altri condòmini, diretti in cantina anche loro, provvisti di coperte e bambini e di acqua in borraccia. Oppure di niente: esterrefatti. Ogni volta avevamo trovato un posto risicato e ci eravamo sedute per terra, sotto una lampadina accesa che penzolava nuda dal soffitto. Il pavimento era freddo, la gente stipata, l’umidità entrava nelle ossa.
Accalcati l’uno sull’altro, noi che abitavamo a Budengasse 78 avevamo pianto e pregato e invocato aiuto, avevamo urinato in un secchio troppo vicino allo sguardo degli altri o ci eravamo trattenuti nonostante le fitte alla vescica; un ragazzino aveva addentato una mela e un altro gliel’aveva rubata, le aveva dato più morsi che poteva prima che con una sberla gli fosse sottratta; avevamo avuto fame ed eravamo rimasti in silenzio o avevamo dormito, e all’alba eravamo usciti con le facce gualcite.
Rose non crede nel Führer, la sua famiglia l’ha cresciuta con altri valori, non riesce a sentire la comunione con il suo paese che le renderebbe più facile affrontare le difficoltà della guerra, la solitudine di un marito al fronte e la perdita della madre sotto i bombardamenti.
Ma nonostante ciò, assaggia il suo cibo, rischiando ogni giorno di morire avvelenata. Perché sopravvivere è più forte di lei, anche quando la sua mente razionale vorrebbe morire, quando lo sconforto si fa gigantesco, alla fine sceglie sempre la vita. E per vivere bisogna riempire l’animo di sentimenti, di amicizia e di amore. Anche quando assurdo o impensabile, l’amore è vita e forse è impossibile giudicare obiettivamente Rosa per le sue scelte, senza essere con lei sotto i bombardamenti, o chiusi in una mensa ad attendere che l’eventuale veleno nel cibo si manifesti.
Tutte avevamo bisogno di essere desiderate, perché il desiderio degli uomini ti fa esistere di più. Ogni donna lo impara da giovane, a tredici, quattordici anni. Ti accorgi di quel potere quando è troppo presto per maneggiarlo. Non lo hai conquistato, perciò può diventare una trappola. Scaturisce dal tuo corpo ancora sconosciuto a te stessa: non ti sei mai guardata nuda allo specchio, eppure è come se gli altri ti avessero già vista.
È una storia da giorno dopo giorno, sempre uguale e sempre diversa. Conosciamo Rosa nel profondo, le sue necessità, i suoi pensieri ci turbano a volte, mentre con sguardo lucido e a volte cinico osserva il mondo intorno a lei che manifesta aspetti sempre più mostruosi. Osserva le altre assaggiatrici che vivono la loro vita chi felice di rischiare la vita per Hitler, chi come Rosa, complice di un dittatore ma senza vera possibilità di scelta, perché la vita è una trappola e non ti lascia facilmente compiere atti che la mettano apertamente a rischio.
Conosciamo anche un suo amore forse sbagliato, per chi, visto con gli occhi moderni, forse non è altro che un mostro nazista, ma che Rosa capisce.
Non li odia, a nemmeno ama il genere umano, e di certo non crede nel valore della vita.
Come si fa a dare valore a una cosa che può finire in qualsiasi momento, una cosa così fragile? Si dà valore a ciò che ha forza, e la vita non ne ha; a ciò che è indistruttibile, e la vita non lo è. Tant’è vero che può arrivare qualcuno a chiederti di sacrificarla, la tua vita, per qualcosa che ha più forza. La patria, per esempio. […] In fondo la vita conta così poco, votarla a qualcuno la riempie di senso. Persino dopo Stalingrado, gli uomini hanno continuato a fidarsi del Führer, e le donne a inviargli per il compleanno cuscini su cui avevano ricamato aquile e svastiche. Hitler ha detto che la sua vita non finirà con la morte: inizierà proprio allora. Ziegler sa che ha ragione.
È fiero di stare dalla parte di chi ha ragione. Nessuno ama i perdenti. E nessuno ama l’intero genere umano. Non si può piangere sulle esistenze interrotte di miliardi di individui a partite da sei milioni di anni fa. Non era forse questo il patto originario: che ogni esistenza sulla Terra dovesse interrompersi, prima o poi? Sentire con le proprie orecchie il nitrito sgomento di un cavallo strazia più del pensiero di un uomo sconosciuto, perché di morti è fatta la Storia.
I pensieri e le immagini fluiscono veloci, in una narrazione spesso fatta di elenchi sincopati, liberi e senza organizzazione. A volte non facili da seguire e vagamente stranianti per la struttura delle frasi, in realtà sono efficaci per rendere l’idea della confusione dei pensieri, da un lato comprensibili, da un altro forse sbagliati, egoistici, perché Rosa non è un’eroina, non simboleggia una luce nell’oscurità della guerra.
Libro interessante per le riflessioni che genera, perché in fondo siamo tutti colpevoli e tutti innocenti durante un evento di tale portata, manca però di quel qualcosa in più che lo renda indimenticabile nel panorama dei libri sul tema della seconda guerra mondiale.


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