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Italia, Romagna, 1456.
È un periodo violento, d’acciaio come le armature dei cavalieri e affilato come le loro armi.
Catturata come bottino di guerra dal suo peggior nemico, Beatrice di Sassoburgo Manfredi lotta con tutte le forze per resistere a Jacopo di Montelupo.
Perché le corde possono legare i polsi. Possono legare le caviglie. Non potranno mai, però, legare l’anima.
*** ATTENZIONE: DARK ROMANCE! ***
Sono presenti scene di guerra e di violenza, sesso grafico (anche non consensuale), situazioni controverse. Per piacere, non leggere questo libro se i temi trattati dal DARK ROMANCE ti offendono. Non adatto a minori di 18 anni. Ann Owen.

Ravenna, 30 agosto 1456, ore 11.53
Beatrice aprì gli occhi. Dove si trovava?
Sbatté le palpebre: in una carrozza.
Una carrozza ferma.
Si portò la mano alla tempia sinistra. Un calore viscido le bagnò i polpastrelli. Riabbassando la mano, vide del liquido rosso e viscoso sulle dita.
La testa le ronzava. Nella confusione della mente appannata, si fecero spazio i rumori esterni.
Nitriti, colpi, schianti. Grida.
Soprattutto grida.
Ricordò.
La carrozza che la stava portando verso Sasselsberg aveva di colpo accelerato, e voci rabbiose erano risuonate: «Fermatevi, se ci tenete alla pelle!». Sobbalzando sulla strada, la carrozza aveva sbandato più volte; Beatrice aveva afferrato la tenda per guardare fuori—e una brusca frenata l’aveva sbalzata contro la parete del cubicolo.
Poi, il buio.
Adesso, tornata in sé, fissava sgomenta il sangue sulle dita. Il viaggio. Il viaggio che doveva concludere l’incubo cominciato, per lei, più di tre mesi prima. Si muovevano da qualche ora; non mancava molto a Ravenna, le aveva detto il cocchiere quando si erano fermati per il cambio dei cavalli. Poi erano ripartiti. E poco dopo le urla, i colpi battenti, le minacce.
[…]
«Che faremo di questa donna, signori?»
La voce di Jacopo le rimbombò nell’orecchio destro. Serviva poca forza, a lui, per tenerla immobile, pronta per gli animali lì davanti.
Animali, sì, poiché non potevano chiamarsi uomini, quelli. Non con quei ghigni.
Non con quelle grida.
«Dalla a noi, capitano!»
No; non avrebbe tenuto gli occhi chiusi. Li avrebbe guardati in faccia: ché nell’inferno in cui prima o poi sarebbero finiti, gli occhi di lei li avrebbero perseguitati, uno per uno.
Alzò il mento.
Sollevò le palpebre.
Stava per morire.
Stava per morire, e sperò soltanto che succedesse in fretta, perché prima, lo sapeva, avrebbe subito l’abominio. Gli uomini ridevano, urlavano, sollevavano le braccia in alto. I loro volti erano pieni di esultante barbarie.
Non avrebbero avuto pietà di lei.
«Sì, potrei darla a voi.»
Jacopo disse queste parole in tono indifferente, quasi annoiato; e furono accolte con un boato di giubilo ed evviva.
«Ma signori, un attimo» continuò, e la sua voce distaccata racchiuse tutto l’orrore di quel momento, «perché credo che, in realtà, questa donna spetti a me. Era, o non era, la mia promessa sposa?»
Il terrore era troppo. Il dolore dei capelli che tiravano, il lieve odore di sangue e morti sulla piana, portato dal vento di fine agosto. E l’uomo che, dietro di lei, aveva l’aroma della terra calda, come quella nel giardino a Castel Manfredi quando il sole ci batteva sopra e, a toccarla, scottava le dita.
[…]
«Io sono Beatrice di Sassoburgo Manfredi» davanti ai suoi occhi sgranati, il sangue sgocciolava dal sedile del conducente quasi sfiorandole il viso, plink, e poi ancora, plink, «mia madre era una de Boullion, i miei avi erano crociati, e tu, il miserabile figlio di un porcaro, credi di poter togliere a me l’orgoglio? Schifoso verme» lo provocò, e chissà come, riuscì a far uscire un suono che sembrava una risata di scherno, «non succederà mai!»
Qui il sito d
Qui il sito dell’autrice dove potete leggere un’anteprima del romanzo.
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