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August e Iris sanno di essere fatti l’uno per l’altra. Ma il tempismo dei loro incontri è sempre stato pessimo e così, nonostante la sintonia che c’era tra loro, hanno finito per prendere strade diverse. Lui è diventato una stella dell’NBA e lei combatte con la sua quotidianità. Ma non si sono mai dimenticati. Nel corso degli anni, nei loro momenti più bui, August e Iris ripensano all’unico, indimenticabile bacio che si sono scambiati. A quella notte, a quel bivio che ha cambiato le loro vite per sempre. E anche se sanno che è difficile, continuano a sperare in una seconda occasione.

Ho capito che di Kennedy Ryan avrei letto anche la lista della spesa già da Flow, la novella prequel della serie “Grip”, al momento l’unica pubblicata in Italia. Ecco perché, dopo aver amato follemente Grip e Bristol, protagonisti di quella serie, non vedevo l’ora di conoscere August West e Iris DuPree e di capire se la magia si sarebbe ripetuta. Sì, magia, perché la penna della Ryan tratteggia personaggi vividi, veri, reali, umani e proprio per questo imperfetti e fallibili. E sono talmente veri, che già solo leggendo le prime pagine del libro sei certo che saranno tuoi amici e che non li lascerai andare mai più.
Quando comincia la nostra storia, August West è una giovane promessa del basket professionistico, a un passo dal sogno di giocare in NBA.
August ha ben chiari i suoi obiettivi che, come in tutte le storie della Ryan, non riguardano solo una posizione lavorativa, ma comprendono tutti i passaggi che lo porteranno a realizzare le sue aspettative per l’uomo che sente di essere chiamato a diventare. È un ragazzo educato, con la testa sulle spalle, buono. Combatte con le sue fragilità e, invece di farsi sommergere da loro, ne fa tesoro, le tiene strette.
Non guasta il fatto che sia un ragazzo bellissimo, con un mix di razze e colori che lo rendono unico!
E poi ci sono io. I miei capelli sono quasi rasati a zero per cercare di domare i riccioli scuri che non riescono a decidere in che direzione crescere. La mia pelle ha il colore del miele più scuro e i miei occhi sono grigi come l’ardesia.
Iris DuPree ha il nome di un fiore ed è certa di una cosa: non dipenderà mai da un uomo. Non vuole che succeda e non lascerà mai che accada. Vuole lavorare come Manager sportiva e per farlo ha studiato tanto e fatto tanta esperienza. Il suo curriculum è impeccabile ed è pronta per iniziare la sua carriera.
Li incontriamo così, ragazzi con grandi sogni al bancone di un bar la sera prima di una partita determinante per le vite di entrambi. L’affinità fra loro e immediata e si capisce subito che sono anime gemelle messe su questa terra per essere l’una la metà dell’altro.
Ma Iris è impegnata in una relazione e la loro storia finisce ancora prima di iniziare.
Non dovrei essere sorpreso che lei sia impegnata. Una ragazza così bella, divertente, intelligente e autentica… lei è tutti gli aggettivi che userei per descrivere la ragazza perfetta per me. Lei è persino le cose che non sapevo di volere. Ma adesso lo so e non posso averla.
Uno dei punti di forza dei libri della Ryan che ho letto fin qui è che non si sviluppano in un arco temporale breve. Seguiamo i protagonisti negli anni, li vediamo crescere, realizzare i loro obiettivi, fallire… soffrire e ogni tanto fare capolino nella vita dell’altro. Ma ci ricorda sempre che il destino è più forte, che se sei chiamato a essere per una persona e con una persona, la vita ti rimette sul binario giusto.
Vorrei dirvi che dà delle seconde possibilità, ma non credo sia la definizione giusta per questo romanzo.
Credo che tutto dovesse portare a loro, sì, ma Kennedy Ryan pare sapere che la vita non è sempre una favola e che il lupo assume le sembianze più impensabili o sa nascondere molto bene la sua identità.
Sto cercando di dire tutto quello che vorrei e non fare spoiler perché questo romanzo va letto senza nessun preconcetto e senza nessuna anticipazione di sorta sulla trama che, per quello che dice, non rende assolutamente giustizia al libro.
Chi ha letto Grip sa quanto per l’autrice siano importanti i temi sociali e questo titolo non fa differenza. Non troviamo in modo predominante la questione razziale, ma c’è la violenza domestica e la solitudine che spesso l’accompagna.
C’è il riscatto di una donna che cerca di salvare la cosa più importante della sua vita e ci sono gli esempi di cosa deve e cosa non deve essere un uomo.
C’è un mostro e c’è un principe azzurro dagli occhi grigi come l’ardesia e indomabili riccioli scuri.
È importante la famiglia anche in questo testo, mai tradizionale, positiva e negativa a seconda di quale esempio si guardi. Il ruolo della madre è centrale per entrambi i nostri personaggi e c’è una bisnonna della Louisiana che vi ruberà di certo il cuore.
Ci sono anche davvero tanti personaggi secondari che ruotano attorno alle vite dei nostri protagonisti e a cui mi sono affezionata e non vedo l’ora di leggere, a fine mese, la storia di Jared.
E poi il basket. Siamo in uno sport romance, siamo in America, parliamo di NBA e la Ryan lo sa. Ne parla bene, con competenza, ti porta in campo con la squadra e sei lì, nelle arene del secondo sport nazionale americano per importanza.
C’è un fattore X negli sport, probabilmente anche nella vita, che non si riconosce dalle classifiche o dalle statistiche. Jordan lo ha. Anche Kobe lo aveva. È quell’“istinto assassino” che dice “nessuno mi può fermare”. Quando un giocatore ha questo fattore X, si carica tutta la squadra sulle spalle se questo è quello che serve per vincere.
Grazie a Kennedy Ryan per questo romanzo che ha vinto in America il RITA e che per me tutti dovrebbero leggere. E grazie a Newton Compton. Questo testo è la dimostrazione che se si vuole si può lavorare bene su un testo, non distruggerlo, rendergli giustizia. Dire che ero terrorizzata non rende l’idea. Dire che ora sono sollevata, nemmeno. Unico appunto, la cover. Non me ne farò mai una ragione!
Se deciderete di leggere “Vorrei solo averti qui”, preparatevi a un bellissimo viaggio e a non essere pronti, alla fine, a lasciarli andare.
«Ce l’ho fatta?», chiedo con una risata incredula.
«Non hai neanche guardato? Sì, ce l’hai fatta. Come hai fatto a occhi chiusi?».
«Yuuhuu!». Sollevo le braccia come Rocky e mi volto verso di lui. «Sono pronta per giocare da professionista?».
Mi guarda con un’espressione a metà tra l’affetto e la soddisfazione. «Potresti giocare nella mia squadra».
«Oh». Poi aggiungo con un sorriso un po’ troppo ammiccante: «E in che ruolo mi faresti giocare?».
Il suo sorriso svanisce e anche l’ironia dai suoi occhi. «Nella posizione cinque», dice con dolcezza.
La posizione cinque? La sua è la numero uno, playmaker. La due è quella della guardia. La tre dell’ala piccola e la quattro dell’ala forte. La cinque è…
«Centrale», dice intrecciando le nostre dita e giocando con i capelli che mi ricadono sulle spalle. «Se tu fossi mia, Iris, non ci sarebbero dubbi sulla posizione che occuperesti nella mia vita, saresti il centro. Giocheresti nella posizione numero cinque».



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