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Nei casermoni di via Stalingrado a Piombino avere quattordici anni è difficile. E se tuo padre è un buono a nulla o si spezza la schiena nelle acciaierie che danno pane e disperazione a mezza città, il massimo che puoi desiderare è una serata al pattinodromo, o avere un fratello che comandi il branco, o trovare il tuo nome scritto su una panchina. Lo sanno bene Anna e Francesca, amiche inseparabili che tra quelle case popolari si sono trovate e scelte. Quando il corpo adolescente inizia a cambiare, a esplodere sotto i vestiti, in un posto così non hai alternative: o ti nascondi e resti tagliata fuori, oppure sbatti in faccia agli altri la tua bellezza, la usi con violenza e speri che ti aiuti a essere qualcuno. Loro ci provano, convinte che per sopravvivere basti lottare, ma la vita è feroce e non si piega, scorre immobile senza vie d’uscita. Poi un giorno arriva l’amore, però arriva male, le poche certezze vanno in frantumi e anche l’amicizia invincibile tra Anna e Francesca si incrina, sanguina, comincia a far male. Silvia Avallone racconta un’Italia in cerca d’identità e di voce, apre uno squarcio su un’inedita periferia operaia nel tempo in cui, si dice, la classe operaia non esiste più.

Ho letto qualche giorno fa un aforisma perfetto per introdurre questa storia. Dice: “Ogni scrittore parla di sé. Se è bravo ti illude che parli di te.” Non so chi l’abbia coniato, ma in quel che intende, c’è del vero. Soprattutto di fronte a un romanzo come questo, fatto di parole schiette e vibranti che permettono di indossare i panni di ogni singolo personaggio, persino le comparse: parole che scivolano, stordiscono, drogano. E poi annientano.
La Avallone racconta di una città operaia. Piombino, le acciaierie Lucchini, il mare, i locali, i casermoni, non sono uno sfondo piatto su cui si intrecciano le fabule, ma i protagonisti che con gli altri respirano, vibrano e si muovono.
In questo romanzo, nulla è fermo.
I palazzi di via Stalingrado, la spiaggia che brilla sotto il sole, la lontana, sognata Elba che si staglia tra cielo e mare, definiscono un contorno vivido e pulsante, che incornicia abilmente uno spaccato di vita vera.
L’acciaio è seduto sullo scranno; le bramme e le billette, le ciminiere e gli altiforni, diventano i mattoni di un mostro gigantesco e imperturbabile, una città nella citta, in cui il calore quasi insopportabile si fonde coi sogni.
Su questo sfondo vibrante i personaggi sono tratteggiati in modo così reale da essere indimenticabili.
Anna e Francesca.
Un’amicizia che nasce dall’infanzia e affronta i passaggi obbligati della vita. Un’amicizia eterna, che sembra soccombere di fronte all’adolescenza esplosiva di desideri e consapevolezze nuove. I loro corpi, perfetti e bellissimi, cambiano, si cercano, si intrecciano in un rapporto esclusivo che le incolla l’una all’altra, e poi le allontana. Anna, il fratello Alessio, Francesca e un padre violento, sono protagonisti autentici che bucano la carta, che si siedono accanto al lettore e parlano, per raccontare con viva voce la loro storia.
In un quartiere popolare dove qualcuno cerca di sopravvivere al degrado, dove nascono sogni, desideri, amori, l’Acciaio scandisce lo scorrere del tempo.
La narrazione, fatta di metafore originalissime e uno stile diretto e crudo, racconta di famiglie danneggiate, di violenza, di povertà, senza indorare la pillola per illuderci che possa essere migliore. Tuttavia le speranze riescono a galleggiare sopra la superficie del metallo fuso, non si inabissano, ma rimangono lì in attesa che qualcuno riesca a realizzarle.
La Piombino raccontata dall’autrice potrebbe essere una delle tante città d’Italia in cui, nei quartieri più degradati, gli adolescenti lottano per sopravvivere a un mondo spietato, invidioso della loro spensieratezza. Il sentimento che lega Anna e Francesca è bisogno puro e struggente, che sembra non riuscire a mantenere la promessa del “per sempre”.
Accanto al loro piccolo dramma, Alessio e Elena si ritrovano per perdersi ancora, Cristiano cresce un figlio nato troppo presto, Arturo crede alle sue bugie e Enrico subisce la giusta punizione per la sua follia.
“Acciaio” è questo. Un intreccio di vite normali, che osservate alla lente d’ingrandimento divengono straordinarie.
E mentre l’Elba continua a stagliarsi tra mare e cielo e a essere il sogno che tutti i protagonisti vorrebbero sfiorare almeno una volta nella vita, vi troverete ad amare Via Stalingrado, i casermoni, la sabbia bruna che brilla sotto il sole; vi troverete in un fiume in piena che scuoterà la vostra coscienza.

Recensione a cura di:

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