
In un futuro non molto lontano, il giudice Crevan è a capo della Gilda, uno speciale tribunale con il compito di condurre una spietata crociata contro l’immoralità. È lui e lui solo a decidere chi è un cittadino modello e chi invece è un “imperfetto”, un essere Fallato da marchiare a fuoco con una F sulla pelle e da allontanare dalla società civile. Celestine ha diciassette anni e non ha mai avuto dubbi sul suo ruolo nel mondo: è una figlia perfetta, una studentessa perfetta, ed è anche una fidanzata perfetta. La fidanzata di Art, il figlio del giudice Crevan. Ma un giorno tutto cambia. Celestine vede un Fallato in fin di vita e sente di doverlo aiutare. D’un tratto, ciò che ha sempre ritenuto giusto non lo è più, perché la compassione è più forte. Più forte della legge e delle rigide regole del giudice Crevan. Celestine decide quindi di soccorrere il pover’uomo e quel gesto si ripercuote su di lei con conseguenze drammatiche. Allontanata dalla famiglia, arrestata e umiliata, la ragazza viene trascinata in tribunale davanti a Crevan. E proprio lui, incurante delle suppliche di Art, la condanna a essere marchiata a fuoco come Fallata. Sarà durante il processo che la strada di Celestine incrocerà quella di Carrick Vane, un ragazzo misterioso e affascinante: l’unico amico su cui d’ora in poi Celestine potrà contare.

Breve premessa: sono appassionata da sempre di romanzi distopici, da quando adolescente lessi 1984 e Fahrenheit 451. Da allora non ho più smesso e devo confessare di averne letti tanti, da quelli che oggi vengono considerati veri capolavori di genere alle distopie più attuali, che hanno il difetto, a mio avviso, di somigliarsi un po’ tutte, a partire dalla fascia di età “young” dei personaggi e dei lettori a cui molti di tali romanzi sono indirizzati. E non è certo la sola cosa che hanno in comune, tant’è che mi ci accosto con molta più prudenza di prima, nel timore di beccare un ennesimo clone di Divergent o Hunger Games.
Avevo acquistato questo libro quando uscì, quasi due anni fa, perché evidentemente qualcosa nella trama mi aveva colpito, ma poi lo avevo lasciato a fare la muffa in attesa che pubblicassero il seguito. Ebbene, qualche giorno fa, spulciando sugli stores, ho scoperto essere imminente la pubblicazione del volume conclusivo e siccome avevo proprio voglia di immergermi in una distopia, detto fatto, mi butto finalmente su Flawed. Inizio a leggerlo senza neppure riguardare la trama, che avevo completamente dimenticato, convinta, com’ero in quel momento, che il titolo si riferisse a discriminazioni subite da portatori di imperfezioni fisiche. Questo per dire che ne ho avviato la lettura un po’ alla cieca, senza grosse aspettative, considerato anche il fatto che l’autrice sia già nota per romanzi appartenenti a tutt’altro genere letterario.
La trama è inutile che stia a ridiscriverla: quando finalmente l’ho letta, a libro quasi concluso, ho trovato fosse chiara ed esaustiva. Ciò su cui voglio porre l’attenzione invece è sul fatto che la Ahern sia riuscita a creare nel romanzo una società distopica quanto mai realistica, credibile, possibile e plausibile. Una società che in un domani non troppo lontano potrebbe essere la nostra, quella in cui una profonda crisi economica apre la strada a una forma di regime basato su una discriminante morale, dividendo le persone in giusti e ingiusti, puri e impuri, perfetti e imperfetti. Dove il desiderio della folla di trovare un colpevole per una situazione economica insostenibile va a incastrarsi con l’esigenza dei governanti di distogliere l’attenzione dalla loro stessa inettitudine e indirizzarla verso un capro espiatorio, servendosi di una ampia propaganda di lotta alla “imperfezione” per rafforzare il loro potere. Potere che una volta rafforzato verrà gestito senza scrupolo alcuno, per colpire non tanto chi si è veramente macchiato di una qualche infamia, ma chi “conviene” mettere ai margini della società.
Il romanzo parte in sordina, inizialmente ho avuto la sensazione di leggere qualcosa di già visto, poi dal momento in cui Celestine contravviene alla regola di non aiutare in alcun modo un fallato, fallando così lei stessa, si entra nel vivo della storia, passando in un lampo dalla teoria alla pratica, o come diceva Faber dimostrando l’enorme differenza fra idea e azione, alla protagonista in primis. Insieme a Celestine ho provato dolore, rabbia, senso di profonda ingiustizia, e ho odiato tutti coloro che volevano usarla per i loro scopi – come esempio il giudice Crevan, come bandiera gli oppositori del sistema, come arma contro Crevan gli altri due giudici della Gilda contrariati dal suo strapotere.
Veniamo mostrati a tutto il mondo come lo specchio dei loro incubi peggiori. Capri espiatori per tutto ciò che c’è di sbagliato nelle loro vite. Telecamere e obiettivi indugiano sulla mia faccia, e il percorso mi sembra interminabile. Microfoni, parole di scherno, fischi, ululati.
Celestine è la protagonista indiscussa di questo primo volume, e ritengo sarà così anche nel secondo, laddove prevedo la sua trasformazione da vittima a eroina, ma nonostante questo gli altri personaggi sono tratteggiati molto bene. Tra questi, oltre a Crevan, spiccano Art e Carrick. Art, figlio di Crevan e fidanzato di Celestine, è un ragazzo allegro, solare, sempre pronto a sdrammatizzare con una battuta quando è il caso di alleggerire la tensione, ma debole e codardo quando invece bisognerebbe mostrare carattere e fermezza. Tutto sommato un ragazzino, che ama Celestine di un amore da ragazzini, senza sostanza. Carrick, fallato alla nascita, reo di una sorta di peccato originale, è il ragazzo che Celestine conoscerà in prigione e col quale condividerà la pena. Con lui l’autrice in questo primo volume è avara, egli è poco presente se non in brevi intense scene, ma sono sicura che darà belle soddisfazioni nel volume conclusivo. Si è capito no, verso quale dei due ragazzi vanno le mie preferenze? E comunque sono certa che, se pure storia d’amore nascerà, essa sarà marginale rispetto a tutto il resto.
In conclusione, un gran bel libro, in cui la trama affonda le sue radici in una realtà storica che troppe volte abbiamo visto ripetersi, per non essere credibile: un popolo preda della paura e della rabbia, governi che indirizzano tali sentimenti popolari nel verso che risulta loro più consono per rafforzare poteri e presa sulle folle, dittatura silente, infine dittatura dichiarata. Essendo però un romanzo e non un manuale di storia, nel volume 2 ci sarà da fare una rivoluzione. Allons!
Ora so che essere coraggiosi significa ascoltare la paura dentro di sé e conviverci, passo dopo passo. Il coraggio non prende il sopravvento, ma combatte con fatica a ogni parola, a ogni gesto. È una battaglia, una danza, per decidere chi debba dominare. Ci vuole coraggio per vincere, ma bisogna provare una grande paura per essere coraggiosi.


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